La fine della scuola


Lo so che è settembre, ma per me la scuola è finita. E’ finita il 5 aprile dopo ventiquattro anni di ininterrotta frequenza, quasi venticinque. Il diploma, il settimo mi pare, me lo danno il mese prossimo, dicono, fanno una cerimonia all’americana, molto in voga adesso in Italia, con le toghe e i cappelli neri e il lancio dei cappelli. Che poi prima di essere americana è inglese, però le serie ambientate al college quelle sono tutte americane.

Adesso non so bene cosa fare. Ho passato gli ultimi dieci, dodici anni, a cercare un modo di finire la scuola per ritrovarmi di nuovo a scuola, ma dall’altra parte (dell’aula, della cattedra, delle barricate). Con uno scatto di reni, o una lenta erosione della linea di confine, o anche un coup de théâtre. E’ stato più facile del previsto, adesso sto dall’altra parte. Ma c’è un problema. Si chiama: invisibilità. Per esempio io faccio esami agli studenti e firmo registri, ma il mio nome neanche compare sul sito del mio dipartimento. Per esempio io faccio delle lezioni, ma non compaio in nessun libro paga. La storia la sapete già, mi fermo qui.

Mi sono data qualche mese per vedere se riesco a togliermi di dosso questo mantello dell’invisibilità. Non sono mica Harry Potter. Nel frattempo però lo uso per svolazzare qua e là, appoggiarmi furtiva sul calice di qualche lavoretto e suggere quel che posso. Quando posso.

Quindi adesso state bene a sentire. Mi sono messa a insegnare l’inglese nella zona di Padova. Chi mi conosce sa che lo parlo bene. Insegno ai bambini, faccio parte di una scuola che organizza lezioni private. In un certo senso ho ricominciato ad andare a scuola, partendo dal principio. Se mi leggete, se vi interessa, se potete spargere la voce, fatelo e ve ne sarò grata.

Ecco il link al sito della scuola:
http://www.moxonenglish.com/

Grazie!


Università, ottimismo e la polvere sotto il tappeto.

Mappa delle università italiane

Sull’Espresso di questa settimana (13 maggio 2010), trovo questo articolo sullo stato dei laureati italiani, Laureati e occupati:

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/laureati-e-occupati/2126811//4

L’articolo è ben lungi dall’essere puramente descrittivo. Non c’è niente di male, ma non mi piace il fatto che non espliciti in nessun punto le idee sull’università che sembra promuovere e che si limiti a farle emergere fra le righe. La mia ipotesi è che si tratti di idee che darebbero immediatamente adito a un dibattito, mentre l’articolo sembra preoccupato soprattutto di diffondere un messaggio positivo e di incentivare i giovani ad iscriversi all’università. Nulla di male, anzi, benissimo, ma è inutile sfoggiare ottimismo se poi si butta la polvere sotto il tappeto.

Faccio un esempio. Nell’ultima parte l’articolo sembra favorire il modello a due velocità: università di eccellenza e università che producono personale qualificato guardando ai bisogni del territorio in cui si trovano. Io credo che si possa cavare qualcosa di buono da questo modello (chiaramente dipende da come lo si declina) e sopratutto credo che non ci siano molte alternative se vogliamo raccattare i cocci di questo decennio di confuse riforme e tirare avanti. Quello che mi dà fastidio è che l’Espresso si dimentica – fra l’altro – di dare rilievo ad almeno tre particolari:

1) che i centri d’eccellenza tanto eccellenti non sempre sono, e che manca una politica efficace per incentivarli;

2) che senza centri d’eccellenza per le discipline umanistiche (in Italia ormai una chimera) le persone di talento che hanno studiato lettere sono fottute;

3) che se è vero che le recenti riforme hanno favorito l’istituzione di cattedre improbabili per pseudo-studiosi, questo non significa che l’università italiana abbia abbastanza personale docente. Se per esempio volessimo ri-orientare la didattica di molte discipline basandola sulla produzione scritta (ci sono argomenti per sostenere che sia una scelta di qualità e che ci permetterebbe un’interazione più efficace con le università di molti altri Paesi), il rapporto docente/studenti non dovrebbe superare una certa soglia (1/30 per un corso?). Questo richiederebbe una seria politica di assunzioni. Avrei voluto vedere scritto a chiare lettere che il problema è che dobbiamo assumere le persone giuste, e in congruo numero, mentre l’istituzione di cattedre fantomatiche post-riforma 3+2 non è che l’ennesimo rigurgito del sistema del baronato.


La mia casa e i post che non ho scritto

E’ da un paio di settimane che non scrivo nulla. Un po’ me l’aspettavo: sono venuta a Oxford per il rush finale della scrittura della mia tesi e anche per seguire diversi corsi, quindi di tempo per il blog ne ho ben poco. Eppure ogni tanto sono stata tentata dallo scrivere un post. Argomenti curiosi ce ne sono parecchi: la vita nei college, a cominciare dalle toghe che qui si portano obbligatoriamente per cenare alla mensa e per sostenere gli esami. Oppure la sensazione che qui ci sia il mondo racchiuso in una cittadina: studenti delle nazionalità più disparate, conferenze quotidiane su tutti i campi dello scibile con esperti della materia. Lo strano miscuglio fra rispetto per le regole e amore per la comodità: in biblioteca non ci si azzarda a bere un sorso d’acqua, seguendo scrupolosamente il divieto, ma poi ci si toglie le scarpe, o ci si siede a gambe incrociare sugli ampi sedili di legno (anche, o soprattutto, se si è una ragazza e se si portano degli shorts) per mettersi più a proprio agio. O ancora, nelle piccole biblioteche dei college, che restano aperte tutta la notte, c’è chi va a studiare la mattina presto ancora in pigiama. Potrei andare avanti a lungo. Ho passato diversi mesi qui l’anno scorso e ho raccolto parecchie curiosità.

Però non mi interessa scrivere di queste cose. Gli argomenti che ho elencato sono quelli dei post che alla fine ho deciso di non scrivere. Il motivo principale per cui non voglio è che quest’anno mi sono proposta di tornare a Oxford per sentirmi a casa. Per spiegarvi che cosa intendo ho bisogno di una piccola digressione.

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La casa dove ci si sente a casa è anzitutto la casa della propria famiglia. Io con i miei genitori ho un rapporto di questo genere: tanto è grande il legame affettivo che ci stringe, tanto è impossibile trattenere i moti più disparati del nostro animo quando siamo assieme, anche a rischio di creare gravi attriti fra noi. Penso sia una sensazione abbastanza comune, no? La famiglia come il luogo dove non si può fare a meno di essere sè stessi, dove, anche se ci trinceriamo nel silenzio, sappiamo che continuiamo ad avere di fronte le persone che ci conoscono e che, per questo, costantemente ci smascherano e ci riportano di fronte a noi stessi. Quindi, almeno per me, la famiglia non è il posto giusto dove rifugiarmi per fuggire ai pensieri che non voglio pensare, per evitare di prendere le decisioni che non voglio prendere. La famiglia, però, nel mio caso, è anche il luogo del passato. La casa dei miei sta in una città che ho abbandonato da quasi dieci anni, più di un terzo della mia vita. E quando mi ritrovo in questa città, magari con la testa piena di pensieri che non voglio pensare, ci sono degli angolini in cui nascondermi, magari per pochi minuti, delle spiaggette in cui insabbiare la testa. Le persone e i posti che non vedo da tanto. La libreria di casa dei miei che se io non la rimetto a posto ogni anno rischia l’implosione. Le scarpe che così carine e a buon prezzo si trovano solo in quel negozio lì. Quindi la casa di famiglia mi mette di fronte a me stessa, ma anche al mio passato. E quest’ultimo fatto basta ad assorbirmi e mi permette di continuare a rimandare pensieri e decisioni difficili.

Oxford è la casa di quella che vorrei essere. Che non vuole assolutamente dire che vorrei starmene per forza qui in futuro. Invece vuole dire che è il posto dove ho bisogno di stare adesso per potermi portare in quel posto in cui “una è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di sè stessa”, come dice Agrado in “Todo sobre mi madre” di Pedro Almodovar, una battuta che non ho mai dimenticato. E questo cosa c’entra con il fatto che non ho avuto voglia di scrivere post pittoreschi? C’entra perchè non sono venuta qui per fare del turismo intellettuale. I post pittoreschi stanno a Oxford come immergersi nei ricordi del passato sta al ritorno alla casa avita. 

Ecco, questa volta non ho altro da offrirvi se non questa predica che faccio a me stessa. Ma ho anche una domanda: quali sono le case dove abita l’idea che avete sognato di voi stessi? Vi va di raccontarmele?

A presto, spero.


Qualcosa che stride

Anche se non avevo mai a che fare con lui non riesco a smettere di pensarci. Una settimana fa è morto Franco Volpi, uno dei filosofi più noti dell’università dove faccio il dottorato e dove ho studiato negli anni precedenti. Una morte tragica, assolutamente inaspettata: è stato travolto mentre andava in bicicletta, a soli 57 anni. Ci sono stati i necrologi sui principali giornali: Volpi era uno dei massimi studiosi di Heidegger in Italia ed era noto come storico della filosofia in tutto il mondo. Era anche un collaboratore de “La Repubblica”. Io, a parte un corso seguito anni fa, non avevo nessun contatto con lui: mi occupo di argomenti abbastanza distanti da quello che era il suo ambito di ricerca.

Il problema, con Volpi, è che quasi sempre, quando mi capitava di nominarlo, non era per elogiarlo. Eppure era uno dei migliori, forse il migliore del mio dipartimento! E infatti non ho nulla da eccepire sulla sua fama di studioso rigoroso e innovativo, e comunque non avrei la minima autorità per farlo. Il problema, per me, è che Volpi non era il massimo come docente. E non perché non fosse chiaro nelle sue lezioni, o perché i suoi corsi non fossero interessanti: anche queste qualità non gli mancavano. Non era il massimo come docente perché dai suoi esami quasi tutti uscivano con un trenta o un trenta e lode e con la sensazione di non essere stati ascoltati mentre rispondevano alle tre, quattro domande che Volpi rivolgeva loro. Io presi trenta e lode: ricordo bene che lui estrasse più volte il cellulare dalla borsa mentre gli parlavo, per controllare l’ora o non so cosa, e che, sempre mentre gli parlavo, passò parecchio tempo a scrivere sul registro. Non era il massimo come docente quando, a me che, visti i suoi numerosi contatti nel mondo accademico tedesco, prima di partire per un anno di studi alla Humboldt Universitaet gli chiedevo consiglio su quali corsi seguire a Berlino, rispose che lui non aveva nulla da dirmi in proposito. 

Ora, queste cose non è bene che stiano nei necrologi, e giustamente non ci stanno. Certo è che i necrologi di Volpi sono stati i necrologi del Volpi studioso, non del Volpi docente. Anche questo è giusto: è il Volpi studioso che interessa maggiormente chi legge i giornali, immagino. E però io so che alla morte di Volpi ci penso soprattutto perché sento qualcosa che stride, quando mi rendo conto che è scomparso uno dei pochi nomi del mio dipartimento che potevo citare all’estero con la certezza che fosse conosciuto, e insieme uno dei nomi a cui ho sempre associato una sensazione di scontento per l’esperienza di istruzione universitaria che, più che avermi dato, mi ha fatto mancare.

Ripenso ai pochi episodi in cui mi sono trovata a contatto con lui. Non mi è difficile capire e anche condividere il suo disprezzo per il momento dell’esame e, suppongo, per l’idea di valutare la preparazione filosofica di uno studente con un banale esame orale di una ventina di minuti, dove lo studente è perlopiù impegnato a ripetere argomenti presi in considerazione durante il corso, ed è quasi assente la valutazione delle sue proprie capacità argomentative e critiche. E ripenso con imbarazzo alla mia risposta stentata, quando, al termine del colloquio prima della partenza per Berlino, mi si è rivolto in tedesco chiedendomi di rispondergli a tono. Capisco che, in quel caso, il messaggio di Volpi fu: se non impari bene il tedesco è inutile che tu vada a studiare a Berlino. Parole sante, e infatti io il tedesco lo stavo studiando da due anni e, dopo i primi tre difficili mesi in Germania, sono stata in grado di sostenere degli esami alla Humboldt. Ma c’era bisogno di trattarmi così? A che pro? E a che pro mostrare agli studenti il proprio disprezzo al momento dell’esame, quando quel disprezzo è motivato da una sfiducia nell’istituzione universitaria, più che negli studenti stessi?

E qui, però, immagino che mi si potrebbe rispondere: Volpi, in questo modo, vi provocava. Voi, se foste stati persone mature, avreste dovuto capirlo, capire che c’era un’altra lezione nascosta dietro la sua lezione ordinaria. Che con quell’atteggiamento lui vi diceva di aprire gli occhi, che se vi foste accontentati di quell’università lì e di quegli esami lì non avreste mai capito cosa significa studiare filosofia.

Forse non sono stata abbastanza matura, forse non ho capito. Ho avuto bisogno di andare in Germania, e poi in Inghilterra, per toccare con mano e capire che dovevo mettercela tutta per superare certi deficit dell’istruzione universitaria che avevo ricevuto. E adesso è troppo tardi per riparlarne.


110 e lode (si salvi chi può)

tutta_la_vita_davanti1Un censimento di alcuni amici conosciuti durante l’università, tutti laureati in filosofia con il massimo dei voti.

Quelli che hanno scelto di lavorare dopo la laurea: 

A. e B. sono soci di una cooperativa del terzo settore. Tutti e due hanno superato i 30 anni.

C. ha lavorato per un anno in un’agenzia interinale. Poi la crisi. E’ stata licenziata. Cerca lavoro da 3 mesi. Non ha ancora 30 anni.

D. ha fatto un corso del fondo sociale europeo, uno stage all’istituto italiano di cultura in un paese del Mediterraneo, ha frequentato una delle più celebri scuole per curatori d’arte all’estero, lavora da tre anni come guida nei musei (una tantum, pagata male), e nell’organizzazione di varie manifestazioni artistiche (molto povere, sono lavori quasi volontari). Ora fa l’assistente della direttrice di un museo, per 6 mesi, pagata come una stagista (300 euro al mese), e vive fuori casa. Conoscenze personali nel mondo lavorativo in cui vorrebbe inserirsi (a parte quelle che ha avuto occasione di fare grazie alle sue esperienze di formazione e lavoro) = 0. Non ha ancora 30 anni.

E. lavorava in un’agenzia interinale. Poi le hanno proposto di fare la selettrice del personale per una multinazionale. Ora ha un buono stipendio e viaggia per l’Italia, una settimana sì e una no. La pagano di più se le persone che sceglie vengono assunte dalla società alla fine del processo di selezione. Non ha ancora 30 anni.

F. ha fatto la Siss. Ha fatto qualche supplenza, poi si è sposata. Ora è in maternità. Non ha ancora 30 anni.

G. si è subito iscritta all’Istituto teologico, anche se non condivide molte delle posizioni della Chiesa. Così ha cominciato a lavorare come supplente di religione, e ha una certa indipendenza economica. Nel frattempo sta anche studiando psicologia all’università. Non ha ancora 30 anni.

H. fa l’assicuratore. E’ rimasto nella sua città natale dove ha anche frequentato l’università. Ha superato i 30 anni.

Quelli che hanno fatto il dottorato all’estero:

I. è andato a Parigi. Prima ha lavorato come cameriere, poi ha cominciato il dottorato e, credo, ha anche trovato un finanziamento. Ha superato i 30 anni.

L. è andato negli Stati Uniti. Ha fatto un master e ora sta finendo il dottorato. E’ pagato come insegnante di italiano. Ha superato i 30 anni.

M. ha cominciato un dottorato senza borsa in Italia. Poi ne ha trovato uno con borsa in Svizzera e si è trasferito là. Non ha ancora 30 anni.

Quelli che lo hanno fatto in Italia (mi limito a quelli che lo hanno già concluso):

N. ha pubblicato la tesi di laurea, poi ha fatto il dottorato nella stessa università dove si è laureato. Dopo il dottorato si è iscritto alla Siss, sempre nella stessa università. Sono passati due anni, non ha ancora beneficiato di nessun assegno di ricerca. Non ha ancora 30 anni.

O. conosceva A. e B.  Dopo il dottorato ha cominciato a collaborare con loro. Non ha ancora beneficiato di nessun assegno di ricerca ed è passato un anno dalla fine del suo dottorato. Ha 30 anni.

P. ha fatto il dottorato nella stessa università dove ha studiato e dove è nata. Dopo il dottorato ha collaborato intensamente e gratuitamente con l’università. Non ha ancora beneficiato di alcun assegno di ricerca. Sono passati due anni dalla fine del suo dottorato. Ha 30 anni.

Q. viene da un altro Paese della Comunità europea. Ha studiato nella nostra università, dove ha fatto anche il dottorato. Ora ha un assegno di ricerca nella nostra università, e collabora anche con un’università del suo Paese d’origine. Non ha ancora 30 anni.

R. dopo il dottorato si è trasferito in Inghilterra, dove lavora come docente a contratto in un’università. Ha un assegno di ricerca nella nostra università. Ha 30 anni.

Mi permetto qualche considerazione su questo campione (rappresentativo?).

Fra le persone che lavorano 4 hanno lavori abbastanza sicuri e remunerativi. La laurea in filosofia li ha forse aiutati ad affinare le loro doti di comunicatori, utili nelle professioni che svolgono. Nessuna delle competenze filosofiche specifiche gli è però richiesta nell’esercizio delle loro professioni.

Due delle persone che lavorano sono supplenti. Una non è ancora passata per le forche caudine delle supplenze in 5 scuole diverse, visto che per il momento è una mamma a tempo pieno. L’altra si guadagna da vivere insegnando una materia che non è filosofia e la cui presenza nei curricula scolastici italiani è tutt’altro che priva di aspetti controversi. E, in ogni caso, ha in mente di fare ben altro in futuro (la psicologa: ancora una volta la laurea in filosofia non le servirà).

Sono rimaste due persone, le più sfortunate di questo gruppo. Una è disoccupata, l’altra è più che sottopagata: il suo compenso è un’ingiuria, visto il suo curriculum. La prima continua a cercare lavoro, e non le importa di valorizzare la sua formazione filosofica a tutti i costi: ha soprattutto bisogno di lavorare. La seconda ha percorso una strada per cui la sua formazione filosofica si è rivelata un punto di forza, ma non ha ancora trovato un lavoro vero.

Fra quelli che hanno fatto il dottorato all’estero almeno due credo abbiano buone probabilità di restare a lavorare in ambito accademico.

Quelli che hanno fatto il dottorato in Italia mi preoccupano. Tre su cinque dopo il dottorato non hanno avuto nessun rapporto retribuito con l’università. I due che lo hanno avuto stanno parallelamente aprendosi altre strade all’estero. Li conosco, e so che l’Italia non è nei loro pensieri.

E ora vi riporto la descrizione degli ambiti occupazionali di riferimento per la laurea magistrale in filosofia conferita dalla nostra università:

“I laureati del Corso di Laurea Magistrale in Scienze filosofiche potranno trovare occupazione negli ambiti in cui sono richieste capacità di progettazione e abilità organizzativa delle competenze e delle relazioni interpersonali, nelle attività di consulenza filosofica e culturale, nonché in tutti gli ambiti che richiedono specifiche competenze disciplinari accompagnate da capacità critica e abilità di mediazione espressiva; in particolare nei seguenti settori: promozione e cura degli scambi interculturali; aziende di produzione e di servizi; formazione e gestione delle risorse umane presso enti pubblici o aziende private; gestione di archivi, biblioteche e musei; iniziative editoriali; attività e politiche culturali e sociali nella pubblica amministrazione; consulenza e formazione nell’ambito dell’etica applicata.

I laureati del Corso di Laurea Magistrale in Scienze filosofiche avranno altresì accesso all’insegnamento e alla ricerca nelle discipline filosofiche nei termini previsti dagli ordinamenti vigenti.”

Scambi culturali? Editoria? Archivi, biblioteche e musei? Consulenza filosofica? Pubblica amministrazione? Etica applicata? 

Nessuno dei miei amici laureati in filosofia con il massimo dei voti fa un lavoro di questo tipo. Le risorse umane, l’insegnamento (se si è molto fortunati), la ricerca (fuori dall’Italia) hanno aperto strada a pochi. Il resto si arrangia. E sto parlando dei migliori, in un corso di laurea che ai nostri tempi non faceva più di 100 iscritti all’anno. Si salvi chi può.


Malauniversità

Un episodio che fa il paio con quello che ho raccontato tempo fa. E’ l’altro lato del medesimo problema.

C’era una volta un ragazzo che frequentava un istituto tecnico. Era abbastanza bravo in tutte le materie e, col tempo, aveva scoperto di avere una passione per le materie umanistiche. Nel tempo libero beveva con gli amici, visitava mostre di arte contemporanea, disegnava.

Finita la scuola il ragazzo si iscrisse a filosofia, nella città universitaria non lontana da casa sua, dove quella materia si insegna da secoli. Non era il solo studente di un istituto tecnico iscritto a quel corso di laurea, anche se faceva parte di una minoranza. Alcuni professori si dimostravano consapevoli e anche contenti di non trovarsi davanti solo ex liceali, trascrivevano e traslitteravano i termini greci e latini  alla lavagna la prima volta che li menzionavano a lezione e si assicuravano che il loro significato fosse chiaro agli studenti. Altri professori invece infarcivano il loro discorso di parole greche, a volte francesi, spesso tedesche, e non si fermavano quasi mai a dare spiegazioni. Capitava anche che questi professori si arrabbiassero quando gli studenti, agli esami, precisavano di non aver studiato greco e latino a scuola. Sì, il corso integrativo all’università l’avevano seguito, ma non era mica la stessa cosa: si imparava a leggere, si imparavano certi vocaboli filosofici ricorrenti, mica si poteva fare il lavoro di cinque anni in qualche mese.

Il nostro studente faticò su Platone e Aristotele, faticò su Kant e Hegel, e la fatica diede i suoi frutti: passava gli esami, alcuni anche con ottimi voti, e presto arrivò alla laurea triennale. Quando si iscrisse alla laurea specialistica si dedicò soprattutto agli esami di filosofia morale e di estetica. Era molto soddisfatto del lavoro fatto e cominciava a sentirsi a suo agio di fronte a nuovi testi filosofici. 

Quando si trattò di chiedere la tesi fece il grande passo: andò a parlare con uno stimatissimo professore del dipartimento di filosofia, ormai anziano, ma noto per mantenersi sempre aggiornato su molti campi, compresa l’estetica, che interessava al nostro studente. E così il nostro studente gli chiese di poter fare una tesi con lui su un recentissimo dibattito nell’ambito dell’estetica contemporanea. Il professore accolse entusiasta la sua richiesta. Lo studente precisò che lui non conosceva il latino e il greco, nè il tedesco, ma sapeva leggere l’inglese e pensava che la bibliografia su quell’argomento sarebbe stata per la maggior parte in inglese, e quindi a lui accessibile. Il professore disse: “non si preoccupi”.

Lo studente uscì euforico dallo studio del professore. Con quel comportamento così disponibile e gentile il professore aveva superato le sue aspettative più rosee. Gli aveva persino fatto i complimenti per la scelta di quel tema! Passò il mese successivo a raccogliere la bibliografia e a cercare di circoscrivere l’argomento della tesi.

Quando tornò dal professore e gli espose con maggior precisione il suo progetto al professore venne un’idea: “Quest’argomento che lei mi propone è sì interessante per il dibattito contemporaneo su questo tema, ma sarebbe ancora più interessante se lei lo trattasse in relazione a X (e qui il professore fece il nome di un grande filosofo tedesco, al quale aveva dedicato numerose pubblicazioni)”.

Lo studente sì senti lusingato: il professore, celebre esperto di X, gli proponeva una tesi proprio su X! Era il sogno di tanti studenti del dipartimento. Lo studente però si sentì in dovere di ribadire che lui non conosceva il tedesco, e che purtroppo gran parte della bibliografia su X non gli sarebbe stata accessibile. Il professore disse: “Non si preoccupi. Lei dovrà solo fare lo sforzo di leggere un libro in tedesco. Si faccia dare una mano da qualcuno. Per il resto cercheremo una bibliografia a lei accessibile. Contatti pure il mio collaboratore Z (e qui fece il nome di un giovane ricercatore): lui conosce bene quest’opera, la potrà aiutare a selezionare le parti più importanti”.

Lo studente si armò di vocabolario e grammatica di tedesco, si mise a studiare accanto ad amici che conoscevano il tedesco, inviò mail al collaboratore del professore, da cui però non ricevette risposta. Passarono tre mesi. Non aveva ancora finito di leggere quel libro. Tornò dal professore che lo spronò a continuare su quella strada, ma anche a leggere parallelamente altre fonti e a cominciare a scrivere qualcosa. Dopo un po’ di tempo lo studente tornò con sessanta pagine che dovevano servire come capitolo introduttivo, basate sulla letteratura che aveva consultato sino ad allora, libro tedesco escluso. Il professore le esaminò e disse: “Queste pagine non servono. Ci sono scritte cose che tutti sanno. Lei si deve concentrare sull’argomento della sua tesi, su quello che la sua tesi ha di innovativo”.

Passarono degli altri mesi. Lo studente venne finalmente a capo del libro in tedesco. Intanto era riuscito a contattare il giovane ricercatore, che gli aveva vivamente consigliato di leggere un altro libro in tedesco per chiarirsi meglio le idee. Passarono degli altri mesi.

Lo studente scrisse un capitolo in cui esponeva il suo argomento di ricerca. Il professore disse che non si era confrontato abbastanza criticamente con la bibliografia: ne aveva letta e citata abbastanza, ma non aveva esposto la sua tesi. Gli chiese di riscrivere il capitolo. Lo studente ricominciò a scrivere, continuando a passare lunghissimo tempo sulle pagine in tedesco, che ormai si accumulavano sulla sua scrivania. Intanto era passato un anno dal giorno in cui aveva chiesto la tesi.

Lo studente tornò dal professore con un lungo manoscritto in cui prendeva di petto l’argomento della tesi e cercava di essere il più chiaro possibile sulla sua posizione in merito. Ma quelle pagine avevano il difetto di non essere sufficientemente supportate da una bibliografia di riferimento. Il professore lo invitò a riscrivere l’intera tesi dall’inizio.

Oggi lo studente è ancora impegnato a riscrivere l’intera tesi dall’inizio. Fra poco saranno passati due anni dal pomeriggio in cui andò a chiedere la tesi al professore.

Goethe - Andy Warhol

Goethe - Andy Warhol


Enfasi

Qui dove sono seduta a lavorare c’è sempre un po’ di via-vai. Non mi disturba, però. Le voci invece sì. Eppure tutto sommato qui dentro si parla poco. E’ che spesso le parole vengono pronunciate con enfasi. 

Parolette, mica frasi degne di memoria. Le sottolineiamo, allunghiamo le vocali, le facciamo correre all’insù o all’ingiù, esageriamo  (sì, lo sento, neppure io me ne astengo). Non mi sembra solo una questione di inflessioni regionali.

Avete presente cosa intendo? O vi pare una mia idiosincrasia?

La voce, per dirla con enfasi, è uno dei biglietti da visita di cui la natura ci ha fatto omaggio. Qui, dove sono seduta a lavorare, ci preoccupiamo molto della grafica dei nostri biglietti. E ci scappa spesso qualche scelta pacchiana.


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Non sono mica buoni. Sono dolci, sono croccanti, restano a galla nel latte. Finisce lì. Se ce li lasci troppo, è noto, s’intridono di liquido e si ammassano in un blocco simile al bolo. E il sapore di cacao? E’ vinto dallo zucchero. Basta, non li compro più. Ma ieri notte masticavo ritmicamente e mi convincevo che tre anni all’Ustinov College della University of Durham sono proprio quello che voglio. Let the adventure begin!

kellog's coco-pops

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