La mia casa e i post che non ho scritto

E’ da un paio di settimane che non scrivo nulla. Un po’ me l’aspettavo: sono venuta a Oxford per il rush finale della scrittura della mia tesi e anche per seguire diversi corsi, quindi di tempo per il blog ne ho ben poco. Eppure ogni tanto sono stata tentata dallo scrivere un post. Argomenti curiosi ce ne sono parecchi: la vita nei college, a cominciare dalle toghe che qui si portano obbligatoriamente per cenare alla mensa e per sostenere gli esami. Oppure la sensazione che qui ci sia il mondo racchiuso in una cittadina: studenti delle nazionalità più disparate, conferenze quotidiane su tutti i campi dello scibile con esperti della materia. Lo strano miscuglio fra rispetto per le regole e amore per la comodità: in biblioteca non ci si azzarda a bere un sorso d’acqua, seguendo scrupolosamente il divieto, ma poi ci si toglie le scarpe, o ci si siede a gambe incrociare sugli ampi sedili di legno (anche, o soprattutto, se si è una ragazza e se si portano degli shorts) per mettersi più a proprio agio. O ancora, nelle piccole biblioteche dei college, che restano aperte tutta la notte, c’è chi va a studiare la mattina presto ancora in pigiama. Potrei andare avanti a lungo. Ho passato diversi mesi qui l’anno scorso e ho raccolto parecchie curiosità.

Però non mi interessa scrivere di queste cose. Gli argomenti che ho elencato sono quelli dei post che alla fine ho deciso di non scrivere. Il motivo principale per cui non voglio è che quest’anno mi sono proposta di tornare a Oxford per sentirmi a casa. Per spiegarvi che cosa intendo ho bisogno di una piccola digressione.

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La casa dove ci si sente a casa è anzitutto la casa della propria famiglia. Io con i miei genitori ho un rapporto di questo genere: tanto è grande il legame affettivo che ci stringe, tanto è impossibile trattenere i moti più disparati del nostro animo quando siamo assieme, anche a rischio di creare gravi attriti fra noi. Penso sia una sensazione abbastanza comune, no? La famiglia come il luogo dove non si può fare a meno di essere sè stessi, dove, anche se ci trinceriamo nel silenzio, sappiamo che continuiamo ad avere di fronte le persone che ci conoscono e che, per questo, costantemente ci smascherano e ci riportano di fronte a noi stessi. Quindi, almeno per me, la famiglia non è il posto giusto dove rifugiarmi per fuggire ai pensieri che non voglio pensare, per evitare di prendere le decisioni che non voglio prendere. La famiglia, però, nel mio caso, è anche il luogo del passato. La casa dei miei sta in una città che ho abbandonato da quasi dieci anni, più di un terzo della mia vita. E quando mi ritrovo in questa città, magari con la testa piena di pensieri che non voglio pensare, ci sono degli angolini in cui nascondermi, magari per pochi minuti, delle spiaggette in cui insabbiare la testa. Le persone e i posti che non vedo da tanto. La libreria di casa dei miei che se io non la rimetto a posto ogni anno rischia l’implosione. Le scarpe che così carine e a buon prezzo si trovano solo in quel negozio lì. Quindi la casa di famiglia mi mette di fronte a me stessa, ma anche al mio passato. E quest’ultimo fatto basta ad assorbirmi e mi permette di continuare a rimandare pensieri e decisioni difficili.

Oxford è la casa di quella che vorrei essere. Che non vuole assolutamente dire che vorrei starmene per forza qui in futuro. Invece vuole dire che è il posto dove ho bisogno di stare adesso per potermi portare in quel posto in cui “una è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di sè stessa”, come dice Agrado in “Todo sobre mi madre” di Pedro Almodovar, una battuta che non ho mai dimenticato. E questo cosa c’entra con il fatto che non ho avuto voglia di scrivere post pittoreschi? C’entra perchè non sono venuta qui per fare del turismo intellettuale. I post pittoreschi stanno a Oxford come immergersi nei ricordi del passato sta al ritorno alla casa avita. 

Ecco, questa volta non ho altro da offrirvi se non questa predica che faccio a me stessa. Ma ho anche una domanda: quali sono le case dove abita l’idea che avete sognato di voi stessi? Vi va di raccontarmele?

A presto, spero.


Poesia postuma

Un giorno d’estate

un giorno d’estate

incontro te.

Sognando gelati e caramelle

si va, si va.

Noi sogniamo voi

voi sognate noi…

 

E’ probabile che il 1987 sarà ricordato negli annali di F. L.* per l’unica pubblicazione con un grande gruppo editoriale: una poesia sul giornalino “Poochie e i suoi allegri amici”, edito da Mondadori. La poesia è un esercizio anacronista-citazionista, in accordo con la moda letteraria del tempo. E’ anche un esempio di poesia postuma (non di pubblicazione postuma, si noti), dal momento che il suo significato qua creazione letteraria si è chiarito all’autrice solo molti anni dopo il componimento e la pubblicazione dell’opera stessa.

I primi due versi richiamano il titolo di un’opera teatrale di Jon Fosse, il celebre drammaturgo norvegese contemporaneo: “Un giorno d’estate”, appunto, opera che ha visto la luce nel 1999.

Il terzo verso è il recipiente del messaggio poetico della giovane autrice, qui enunciato in tutta la sua nuda semplicità.

Il quarto verso estende la trama delle citazioni dall’ambito del testo scritto a quello del testo raffigurato, poiché intende richiamare la copertina di un numero dello stesso settimanale “Poochie e i suoi allegri amici”, pubblicato nel giugno 1989 (vedi fig. 1).

Fig. 1

Fig. 1

 

 

Nel quinto verso la ripetizione della coppia di monosillabi apre il discorso poetico, nella sua musicalità quasi minimalista – un’anticipazione di tendenze che andranno affermandosi potentemente nel decennio successivo – dalla dimensione individuale a quella plurale, più specificamente impersonale.

Il sesto e il settimo verso, infine, connotano la dimensione plurale in senso marcatamente personalistico: il “si” è qui un “noi” e un “voi”: sono chiari l’assunzione di responsabilità da parte della giovane autrice e insieme l’appello ai suoi giovani lettori (e non). Non esiterei a definire questa coppia di versi come una vera e propria “meditazione grammaticale”: se letti di fila essi appaiono come la coniugazione della prima e seconda persona plurale del presente indicativo del verbo “sognare”, più la ripetizione della prima persona plurale, “noi”. E’ così che il soggetto sognante si trasforma in oggetto sognato: ciò accade sia al “noi”, comprensivo della figura della giovane autrice, che al “voi” degli interlocutori, degli “altri”. Il breve componimento si conclude in un gioco di specchi che ne prolunga eternamente il messaggio: ciò che fu un incontro è diventato un sogno, l’esperienza che facciamo al presente (“incontro te”) un attimo dopo è già ricordo, e torna ad abitare il territorio del sogno, dove l’identità del sognante è costante terreno di scambio.

Un talento sprecato, si dirà.

 

* I miei annali [N.d.R.]


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