A che pro
Posted: 28/03/2011 Filed under: Risposte e domande / Answers and Questions | Tags: leggere, scrivere Leave a comment »Io quando scrivo è perché ho bisogno di scrivere. Prima però devo smettere di leggere un altro libro, o un articolo, o devo smettere di cercare di persuadere con i miei commenti su facebook il mio amico che vive a Chicago del fatto che sì, deve andarlo a vedere quel film, o smettere di guardare le sue foto su facebook, o le mie, per controllare che sia tutto in ordine, che nessuna foto mi ritragga con una smorfia orrenda, o tradisca il mio strabismo, o le mie sempre odiate rotondità, tutto questo mantenendo un’aurea proporzione fra le foto per cui ho posato e quelle che mi hanno catturata senza che me ne accorgessi, così da veicolare la giusta miscela di spontaneità, consapevolezza, volitività, ironia, avvenenza. E non devo aver voglia di fare una doccia, o di mangiare, o di stendermi sul letto con la faccia contro il cuscino pensando che quelle son cose che si fanno a quindici anni e non a trenta e intanto continuando a stare lì, lacrimando anche un po’.
Io ho bisogno di scrivere perché quando mi convinco che c’è qualcosa di cui posso parlare e apro Word e mi metto lì, a scrivere, poi sono concentrata, cerco le parole, ridefinisco i contorni dell’idea nella mia tesa, e scrivo. E sto bene, la mente impegnata, il piacere di scegliere le parole, trovare quelle che in quel momento suonano giuste, mi permette di portare avanti un dialogo positivo con me stessa, che suona più o meno così:
Elisa: [un’altra parola azzeccata]
Elisa: brava!
Elisa: [un’intera frase venuta giù spontaneamente]
Elisa: perfetto!
Elisa: [un binomio che racchiude un universo concettuale]
Elisa: bene, questo è materiale da sviluppare, stai piantando radici.
Questo come esempio dovrebbe bastare.
Volete che ve lo dica in altri termini, in due parole che vi potete ricordare e di cui magari potrete scrivere, anche voi, su facebook? Io quando scrivo faccio l’amore con me stessa, mi masturbo in una maniera lenta, molto femminile, dove ci sono picchi e ricadute, che può essere estenuante, andare avanti giorni, talvolta mesi, dove la soddisfazione non si trova in un momento preciso ma è un’altalenante sensazione, una sensazione, forse, retrospettiva, ricostruita, recuperata da una memoria oggettivante. Scusate, divago. Scrivere mi dà piacere, mi fa venire voglia di tenermi stretta stretta al presente, che è una cosa perfetta se siete propensi all’ansia, o alla melanconia, o a tutte e due, finché poi il bisogno non si esaurisce, l’argomento è stato sviscerato, e io posso passare a fare qualcos’altro, o a non fare nulla, ma con la sensazione che qualcosa, dopotutto, ho portato avanti.
Siccome questa idea che ho su che cos’è per me scrivere non è un’idea che, per il momento, vorrei scambiare con nessun’altra, e mi sembra un modo ragionevole e onesto di pensare a proposito di cosa significa scrivere, mi piacerebbe anche collegarla in modo ragionevole e onesto alla descrizione di quello che per me significa leggere, rivoltando l’argomento sino a mostrare l’altro lato del calzino. Intendiamoci: mi piacerebbe mica solo per puro amore di simmetria, ma perché, lo avrete immaginato, perché mi permetterebbe di pensare a un rapporto, una reciprocità, fra chi scrive e chi legge, il che mi farebbe percepire il tempo passato a scrivere come ancora più denso di valore, significativo, forse necessario.
Forse, quando leggo qualcosa che mi piace, penso che quella roba, fossi stata io nelle condizioni di scriverla, l’avrei voluta scrivere proprio così.
Ma a ben vedere quest’ultima cosa non è vera. Non sono convinta di aver catturato quello che volevo dire. O meglio: c’era una cosa che volevo dire, l’ho detta, e mi sono resa conto che non la penso veramente così. Però non so come la penso veramente, un’opinione non ce l’ho. Scrivere mi serve anche ad accorgermi di questo, anche se in questi casi mi dà meno piacere. Magari ne riparliamo un’altra volta.
E’ tardi, temo.
Posted: 27/01/2009 Filed under: Società/Society | Tags: filosofia, scrivere, tesi 5 Comments »
Sto correggendo l’ultimo capitolo di una tesi di laurea specialistica in filosofia. L’ha scritto un ragazzo che ho conosciuto l’anno scorso, quando cominciava a studiare per la tesi. Il professore con cui lavoro mi chiese di dargli una mano e così di tanto in tanto ci siamo incontrati, gli ho dato qualche consiglio, ho letto alcune delle sue bozze. Lui ha sempre avuto le idee abbastanza chiare su quello che voleva sostenere, e la sua proposta sembra sensata. Non c’è tantissima bibliografia, ma le sue ipotesi sono argomentabili e anche abbastanza originali. Due punti a favore, dunque. La fatica principale da affrontare, per lui, è quella di esprimersi chiaramente. Una cosa che succede spesso, una cosa normale per un laureando. Normale? Davvero? Di quale fatica stiamo parlando?
Sino a non molto tempo fa si battevano le tesi sull’Olivetti o sul Commodore 64 e, soprattutto chi si laureava in materie umanistiche, comprava ‘Come scrivere una tesi di laurea’ di Umberto Eco. Io la tesi di laurea l’ho scritta con Windows XP, ma il libro di Eco l’ho comprato lo stesso. L’ho trovato un po’ datato (chi fa più gli schedari a mano?), ma il discorso sulla tesi che è come il maiale di cui non si butta mai niente e tutto quello che Eco scrive in merito alle questioni formali mi sembrano cose che fa sempre comodo che qualcuno ti ricordi (o ti spieghi per la prima volta) quando stai per metterti a scrivere la tua (prima) tesi. Il libro di Eco (o di qualche epigono) dà il genere di consigli che, secondo me, servono a uno che, per la prima volta, deve produrre un lungo testo argomentativo.
Il problema di questo ragazzo, però, è un altro. Lui ogni tanto mette dopo i verbi delle preposizioni inappropriate, come farebbe uno straniero che stesse scrivendo in italiano accademico, come faccio anche io quando scrivo in inglese. Lui, però, è italiano. Poi i soggetti. Si perdono nel traffico di parole delle sue frasi lunghissime. E i connettivi logici, quelli che la prof. di lettere segnava come errori blu se li trovava sbagliati nel tema (io non ho mai avuto un prof. di lettere, per me prof. di lettere vuol dire donna, e di certo i numeri mi danno ragione). Che cosa faceva la sua prof. di lettere nella sua scuola? Che cosa faceva lui? Che qualità pensava di avere e di poter sviluppare nel momento in cui si è iscritto alla facoltà di Lettere e Filosofia?
Forse quella qualità che gli riconosco quando dico che alla base della sua tesi c’è un’idea ben argomentabile. Evidentemente non basta. E ora è tardi, molto tardi. Tant’è che gli errori che correggevo nelle sue bozze dell’anno scorso ritornano puntualmente nel capitolo che sto leggendo ora che è passato un anno, e che lui la tesi l’ha quasi finita.
Ieri in palestra l’istruttore ha cercato di dare un tocco danzerino alla solita lezione di aerobica. Io, che non ho mai praticato uno sport, né seguito un corso di danza, sono poco coordinata e mi perdevo anche nelle sequenze di passi più semplici. Mi posso sforzare, ma è difficile che impari ora a coordinare armonicamente i movimenti. Per fortuna non mi sono iscritta a Scienze Motorie.
(Ieri, ahimè, ero l’unica su venti ragazze ad essere così scoordinata. Gli studenti di Lettere e Filosofia, invece…)


