News da “La pupa e il secchione”.
Posted: 19/05/2010 Filed under: Società/Society | Tags: assegnisti, dottorandi, Gelmini, La pupa e il secchione, Marysthell Garcia Polanco, ricercatori, ricercatori precari, riforma università, Università di Padova Leave a comment »Il programma “La pupa e il secchione” chiuderà i battenti molto presto. Il motivo? Difficile trovare i secchioni. Qui sotto un approfondimento.
Caro lettore, chiunque tu sia questo post ti riguarda, perchè riguarda i tuoi soldi, o quelli dei tuoi genitori (per non parlare del tuo Paese, della tua cultura, della possibilità di cambiare il tuo futuro). I soldi che hai speso in passato e quelli che potresti spendere in futuro per andare all’univeristà/pagare l’università ai tuoi figli. I soldi che pagherai in tasse per mandare i tuoi figli alla scuola dell’obbligo, dove insegneranno docenti usciti dalle università italiane. Se poi lavori all’Università non avrai nemmeno bisogno di leggerlo, perchè i fatti ti saranno ben noti. Ho sottolineato i passaggi più importanti perchè, lo ammetto, il linguaggio formale della lettera del Rettore non è dei più eccitanti.
In occasione della giornata di mobilitazione indetta dai ricercatori di ruolo, assegnisti, borsisti e dottorandi contro alcuni aspetti del disegno di legge presentato dal Ministro Gelmini per il riordino dell’Universita’, sento il dovere di interpretare e sostenere tutte le istanze dell’Ateneo che nelle ultime settimane hanno espresso, in particolare attraverso le mozioni approvate dai Consigli di Facolta’, il loro sostegno e la loro solidarietà all’opposizione a provvedimenti che penalizzano gravemente non solo i ricercatori in servizio, ma anche i giovani che aspirano ad entrare nel corpo accademico per avvicendare i numerosi docenti che nei prossimi anni lasceranno il servizio per limiti di eta’.
Giova ricordare al riguardo che il ruolo dei ricercatori e’ stato di fatto messo ad esaurimento gia’ con la legge Moratti del 2005, che ha stabilito l’impossibilità di bandire concorsi per posizioni di ricercatore a tempo
indeterminato a partire dal 2013. Inutile e’ risultata allora la forte azione di contrasto che abbiamo intrapreso nei confronti di quella previsione normativa, nella convinzione che fosse invece necessario procedere finalmente a definire normativamente lo stato giuridico del ricercatore universitario, figura istituita ancora con il DPR 382 nel 1980, senza che mai in cosi’ lungo volgere d’anni si sia avvertita l’esigenza di giungere ad una tale definizione. Nel frattempo, il ruolo
dei ricercatori universitari e’ venuto sempre piu’ decisamente assumendo la connotazione di una autentica e reale “terza fascia” della docenza universitaria, ma nessuno dei diversi Governi e Ministri che sono succeduti nel tempo ha avuto l’intelligenza ed il coraggio di riconoscerlo dal punto di vista legislativo.
Ora, con il ddl in discussione in Parlamento, la situazione si e’ fatta particolarmente grave e insidiosa: da un lato, infatti, il contributo dei ricercatori all’attivita’ didattica si e’ reso sempre piu’ necessario a fronte delle normative ministeriali sull’ordinamento dei corsi di laurea e alle sempre più scarse risorse disponibili, senza che cio’ sia previsto nel loro ruolo ne’ riconosciuto economicamente; dall’altro, i legittimi interessi di carriera dei ricercatori di ruolo vengono, a ben vedere, messi in contrapposizione alle altrettanto legittime aspettative dei giovani che hanno completato o si avviano a concludere il loro percorso di formazione alla ricerca.
Una cosa dobbiamo impegnarci tutti a far comprendere all’opinione pubblica: la battaglia non e’ qui solo quella di una categoria di docenti che si riscopre ancora una volta penalizzata e umiliata. La posta in gioco e’ assai piu’ alta e riguarda il ruolo e il futuro del sistema universitario nel nostro Paese: ci sono decine di migliaia di ricercatori, strutturati nei ruoli o in attesa di avere una qualche possibilita’ di esserlo, che rischiano un’espulsione indiscriminata dal contesto universitario o, nella migliore delle ipotesi, una sempre piu’ forte precarizzazione nella delicata fase iniziale della loro carriera. E che chiedono risposte eque e sensate ad una classe politica di governo che
appare in tutt’altre faccende affaccendata, dopo che la societa’ ha investito quantita’ considerevoli di risorse pubbliche per la loro formazione alla ricerca ed alla docenza universitaria.
Desidero dunque esplicitare e rinnovare anche oggi il mio personale impegno in sede della Conferenza dei Rettori per rendere piu’ convinta e più incisiva l’azione di contrasto nei confronti di una previsione normativa così visibilmente ingiusta, ma anche errata proprio perche’ assunta in presenza di una contestuale forte riduzione dei finanziamenti
pubblici agli Atenei. Mi auguro di riuscire ad avviare parimenti un’operazione di sensibilizzazione dei parlamentari padovani attraverso il loro coinvolgimento in un’azione bipartisan per correggere in sede di discussione in commissione e di approvazione in aula il testo della legge cosi’ come oggi si presenta. Auspico, infine, vivamente che attraverso l’impegno comune volto a favorire un ripensamento delle scelte in materia si creino le condizioni affinche’ tutti i ricercatori di ruolo in servizio possano non far mancare il loro fondamentale apporto alla didattica dell’Ateneo, che, senza la necessaria assunzione dell’impegno a tenere i corsi da parte dei
ricercatori, nel prossimo anno accademico potrebbe essere fortemente a rischio nella sua compiuta articolazione. Insieme desidero indirizzare un deciso incoraggiamento ai giovani borsisti e dottorandi, ai quali
l’Universita’ di Padova in questi anni ha cercato di dare più opportunita’ di crescita e di formazione che non altri Atenei, perche’ non si lascino prendere dallo sconforto e dalla rassegnazione: l’Ateneo e’ con voi perche’ vede in voi il suo futuro.
Padova, 18 maggio 2010
Da una lettera del Prof. Giuseppe Zaccaria, Magnifico Rettore dell’Università di Padova
[à la guerre comme à la guerre]
Contro Roberto Peregalli
Posted: 21/04/2009 Filed under: Società/Society | Tags: architettura, Che tempo che fa, comunicazione, conservazione, estetica, Fazio, filosofia, RAI, ricercatori, Roberto Peregalli, Vittorio Sgarbi 29 Comments »Domenica sera, accendo la tv, c’è Fazio, con Roberto Peregalli, uno dei collaboratori abituali del programma. Peregalli è un filosofo che spesso si occupa di architettura (non ho capito se sia anche architetto, ma qui non importa). La sua rubrica televisiva si chiama “I luoghi e la loro polvere”. E’ solo la seconda volta che lo vedo, tutte e due le volte mi è sembrato difendere tesi assolutamente condivisibili: una volta sul fatto che possiamo apprezzare anche la bellezza di paesaggi devastati (e qui, per essere precisi, più che di bellezza parlerei di “carattere espressivo”), e domenica sera sul fatto che la polvere dei luoghi, appunto, è parte del loro fascino e che quindi al restauro integrativo va preferita la conservazione del patrimonio (con tutti – o quasi – i suoi acciacchi). Discorso, ripeto, opportuno, e chiaramente occasionato dal recente terremoto e dal timore che si proceda ad una restaurazione e ricostruzione ”proprio com’era prima”. 
E allora? Tanto lo sapete che qui poster elogiativi, almeno per ora, non se ne sono visti…e allora non lo trovate anche voi insopportabile il filosofo Roberto Peregalli? Con quella voce martellante tutta di testa, quella sicumera presa pari pari da Vittorio Sgarbi, quel modo di dire “la gente fa questo…la gente fa quello”, con il suo parlare ipotattico, così poco adatto alla comunicazione al grande pubblico di argomenti piuttosto astratti? Io mi vergogno del filosofo Roberto Peregalli, perchè quell’uomo lì, in qualche modo, mi rappresenta, visto che ho studiato e continuo a studiare filosofia. E la prima cosa che Roberto Peregalli fa quando -fra l’altro- mi rappresenta, lo si capisce benissimo, lo si sente, è mostrare se stesso. La sua raffinatezza, il suo gusto, la sua dimestichezza con certi concetti che è facile non rientrino nella cassetta degli attrezzi mentale di molti spettatori, la sua capacità di costruire frasi ipotattiche, e il suo predominante, imperioso, giudizio sul pubblico: voi siete inferiori, io sono superiore. Insomma, un disastro della comunicazione.
Ora, non è soltanto una questione di stile. Non è solo che Peregalli mi sta antipatico anche se, come ho riconosciuto all’inizio, le due volte che l’ho sentito ha espresso idee che condivido. Io lo trovo proprio una presenza inopportuna. Anzitutto perchè credo che Peregalli, con quel modo di fare, parli a un pubblico abbastanza ristretto all’interno del pubblico di “Che tempo che fa”: parla a chi si sente in qualche modo attratto dalla filosofia e dalle riflessioni sull’arte ed è stato educato a ritenere un minimo di spocchiosità il marchio di garanzia di un uomo di cultura. E parla a chi le cose che lui dice le conosce più o meno quanto lui. E gli altri? Torneranno su Rai 3 al momento della Littizzetto. Penso che sia un grave errore che gli autori si accontentino di questo pubblico per Peregalli (ammesso che le cose stiano come le vedo io, ovviamente). Perchè le cose che Peregalli dice non mi sembrano accessorie, mi sembrano importanti, molto importanti. E invece lui con quel modo lì, e con quel rivolgersi implicitamente a quel pubblico lì, legittima quello che è già un luogo comune: la filosofia? roba per poche persone che hanno la capacità/voglia/fissazione/stupidità di praticarla. Noialtri al massimo possiamo limitarci a guardarli lanciare parole in aria per una decina di minuti ogni tanto. Roberto Peregalli, quindi, fa un buco nell’acqua.
In secondo luogo, e qui non ho motivo di nascondere l’interesse personale che motiva le mie osservazioni, Roberto Peregalli è un uomo, sulla cinquantina, con un accento dell’Italia del nord. In tutta Italia, isole comprese, ci sono giovani ricercatori, molti dei quali donne, che si dedicano, in gran parte senza speranze di carriera, alla filosofia. Certo, le competenze di Peregalli, filosofo-architetto, potrebbero essere uniche. Ammesso che sia così, non sarebbe bello se Peregalli, con le sue competenze, anzi che venirci a recitare il suo pezzettino ogni settimana, mandasse davanti allo schermo qualcuno di questi giovani ricercatori, di queste giovani ricercatrici, a parlare di filosofia e a rappresentare la filosofia, che in Italia non è fatta soltanto da quelli che si presentano come lui (maschi, nordici, almeno cinquantenni, auto-referenziali nel linguaggio)? Non sarebbe mica difficile: basterebbe contattare un po’ di dottorandi e ricercatori, mettersi d’accordo (per email, via skype) sull’argomento, discutere un testo e pagare il biglietto e l’albergo al ricercatore in visita per ogni puntata. Non credete che ci sarebbe un buon ritorno d’immagine per la RAI? E che magari il pubblico di “I luoghi e la loro polvere” si diversificherebbe?
P.S. Se volete leggere qualcosa di classico sull’importanza della polvere dei luoghi, prendete John Ruskin, Le sette lampade dell’architettura.


