Scritta al posto di qualcos’altro

Hai i capelli dritti
che sparsi sul cuscino
rassomigliano ai bastoncini
con cui giocavo a Shangai.
Uno alla volta bisognava estrarli
senza toccare gli altri
senza alterare l’equilibrio
generale.
Hai i capelli dritti e fini
difficile separare
un capello dall’altro
sono tanti
si muovono tutti assieme
si spostano
si spostano
continuano a spostarsi.
Invadono
la superficie del nostro letto
e non hanno nulla dell’alga
che trattiene.
Dei capelli come i tuoi
si usa dire che ricordano
le scope di saggina
e io mi attengo all’uso
in mancanza
di una migliore soluzione.

Straight hair you have
Spread over the pillow
sticks in the kids game
we used to play.
One had to pick them up
one at a time
while not moving or touching
any other stick, keeping
the general balance.
Straight and thin hair you have
It is hard to part
one single hair from the others
there’s plenty of them
all together they move around
move around
move around
they keep moving.
They are overrunning
the bed’s surface
Not at all like seagrass
They aren’t holding me back.
Hair like yours
Are said to remind of
Straw brooms.
I abide by the custom
Failing
Any better option.


Poesia postuma

Un giorno d’estate

un giorno d’estate

incontro te.

Sognando gelati e caramelle

si va, si va.

Noi sogniamo voi

voi sognate noi…

 

E’ probabile che il 1987 sarà ricordato negli annali di F. L.* per l’unica pubblicazione con un grande gruppo editoriale: una poesia sul giornalino “Poochie e i suoi allegri amici”, edito da Mondadori. La poesia è un esercizio anacronista-citazionista, in accordo con la moda letteraria del tempo. E’ anche un esempio di poesia postuma (non di pubblicazione postuma, si noti), dal momento che il suo significato qua creazione letteraria si è chiarito all’autrice solo molti anni dopo il componimento e la pubblicazione dell’opera stessa.

I primi due versi richiamano il titolo di un’opera teatrale di Jon Fosse, il celebre drammaturgo norvegese contemporaneo: “Un giorno d’estate”, appunto, opera che ha visto la luce nel 1999.

Il terzo verso è il recipiente del messaggio poetico della giovane autrice, qui enunciato in tutta la sua nuda semplicità.

Il quarto verso estende la trama delle citazioni dall’ambito del testo scritto a quello del testo raffigurato, poiché intende richiamare la copertina di un numero dello stesso settimanale “Poochie e i suoi allegri amici”, pubblicato nel giugno 1989 (vedi fig. 1).

Fig. 1

Fig. 1

 

 

Nel quinto verso la ripetizione della coppia di monosillabi apre il discorso poetico, nella sua musicalità quasi minimalista – un’anticipazione di tendenze che andranno affermandosi potentemente nel decennio successivo – dalla dimensione individuale a quella plurale, più specificamente impersonale.

Il sesto e il settimo verso, infine, connotano la dimensione plurale in senso marcatamente personalistico: il “si” è qui un “noi” e un “voi”: sono chiari l’assunzione di responsabilità da parte della giovane autrice e insieme l’appello ai suoi giovani lettori (e non). Non esiterei a definire questa coppia di versi come una vera e propria “meditazione grammaticale”: se letti di fila essi appaiono come la coniugazione della prima e seconda persona plurale del presente indicativo del verbo “sognare”, più la ripetizione della prima persona plurale, “noi”. E’ così che il soggetto sognante si trasforma in oggetto sognato: ciò accade sia al “noi”, comprensivo della figura della giovane autrice, che al “voi” degli interlocutori, degli “altri”. Il breve componimento si conclude in un gioco di specchi che ne prolunga eternamente il messaggio: ciò che fu un incontro è diventato un sogno, l’esperienza che facciamo al presente (“incontro te”) un attimo dopo è già ricordo, e torna ad abitare il territorio del sogno, dove l’identità del sognante è costante terreno di scambio.

Un talento sprecato, si dirà.

 

* I miei annali [N.d.R.]


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