Erman Izzi, Silvia Martini e Giacomo Podestà in mostra all’Opera Buffa, Pesaro
Posted: 23/10/2010 Filed under: Recensioni/Reviews | Tags: Bloody Mary, Cappuccetto Rosso, disegno, Erman Izzi, fotografia, Giacomo Podestà, Gustave Dorè, lupo cattivo, Madrid, mostra, Opera Buffa, Pesaro, silografia, Silvia Martini Leave a comment »Sono tornata per qualche mese a Pesaro, la mia città natale. A Pesaro ho uno dei miei più cari amici, Giacomo Podestà, che è anche un artista. Una delle sue opere è in mostra all’Opera Buffa, un piacevole wine bar del centro città. Nello stesso locale sono esposte le opere di quattro altri artisti: Erman Izzi, Silvia Martini, Jacopo Pannocchia e Mirka Pretelli. L’altra sera sono andata all’apertura della mostra e ho incontrato Giacomo, Erman e Silvia. Abbiamo parlato un po’ delle loro opere e ho pensato di scrivere questo post.
Questa è un’opera che per la verità conoscevo già bene, perché è parte di un progetto andato in mostra qualche mese fa – Between The Sacred and The Fable – di cui è stato pubblicato il catalogo, che ospita anche un mio saggio. Dalla prima volta che ho visto questo lupo mi sono convinta che c’era stato un salto di qualità nella produzione di Giacomo: quest’opera parla chiaro, s’impone allo sguardo, si fa riconoscere ed è difficile dimenticarla. Non ha nulla dell’incertezza introspettiva, della timidezza, dell’introversione che spesso le opere dei giovani artisti alla ricerca di un linguaggio originale tradiscono. Anzi, è un’opera irriverente, e in molti modi. Questo non è un lupo che l’autore ha ironicamente travestito da Cappuccetto Rosso: è invece un lupo Queer, un consapevole Lupo Cattivo/Cappuccetto, che ha l’ardire di rivolgersi a chi lo guarda con un dito ammonitore. Il rosso di cui si veste ha pure un che di cardinalizio, anzi, di papale, e detto questo non occorre che aggiunga altri commenti sul sottotesto della frase evangelica in calce.
Credo poi che il travestimento sia un tema presente anche ad altri livelli sia in quest’opera che in tutta la serie Between The Sacred and The Fable. Intanto c’è un travestimento tecnico: questa è una stampa travestita da silografia. È il risultato di un disegno realizzato a mano, come il disegno per la matrice di una silografia, ma poi digitalizzato e rifinito grazie a programmi di photo-editing e vettoriali. Ciò implica che se ne potrebbe avere un numero virtualmente infinito di copie, tutte della stessa qualità. Giacomo, tuttavia, ha stampato e autografato solo una copia di ciascun disegno (e sostiene di non voler infrangere questa regola che si è imposto).
L’immagine, poi, è anche il risultato di un travestimento stilistico. Il disegno di Giacomo è stato filtrato attraverso l’iconografia delle silografie di Gustave Dorè per il Cappuccetto Rosso di Charles Perrault. La sua opera si qualifica così come una meditazione sui generi della fiaba, dell’illustrazione, e della silografia. Infine, c’è un travestimento iconografico, perché il lupo, personaggio fiabesco, è stato trasportato nella dimensione delle immagini votive, ritratto come in un santino, in primo piano, con un dito ammonitore e quel cappuccio che ha un che di talare.
Cappuccetto Rosso è una narrazione che simboleggia piuttosto esplicitamente il passaggio dall’infanzia alla pubertà. E’ una storia che ammonisce le giovani fanciulle a comportasi bene e a guardarsi dagli sconosciuti. Lo sguardo di Giacomo interferisce con la narrazione e ce ne mostra un lato nascosto: il lupo ammantato di rosso più che travestito da nonna (come vorrebbe la fiaba) è vestito da Cappuccetto Rosso e ci rivolge, lui, il cattivo della storia, un gesto ammonitore. La distinzione fra il buono e il cattivo sfuma, e la morale della favola ci scivola dalle mani. In quest’opera, che pure parla un linguaggio così immediato, nulla è quel che sembra.
Erman mi ha spiegato che questa fotografia trae spunto dalla leggenda popolare di Bloody Mary, conosciuta anche come Mary Worth, Mary Worthington, o Hell Mary. È una storia che poco o nulla ha a che vedere con Maria Stuart. La Bloody Mary della leggenda è una fanciulla che i genitori ritennero morta di difterite e seppellirono. La madre le legò un campanello al polso, dubitando in cuor suo della realtà della sua morte, nella speranza che Mary potesse usarlo come un richiamo qualora si fosse risvegliata. E così fu, ma i soccorsi arrivarono troppo tardi. La storia testimonia le paure legate alla difficoltà di accertare la morte fisica, solo recentemente superate dalla medicina.
Un tempo non era raro che persone dichiarate morte fossero in realtà ancora in vita. Oggi abbiamo un problema diverso, perché non sappiamo come gestire certi stati del corpo che non manifestano morte piena, ma che non senza perplessità possiamo chiamare vita. Erman Izzi ha voluto rendere con la sua fotografia lo spirito di situazioni come queste, di estrema incertezza: il confine fra la morte e la vita, il movimento e la stasi, l’azione e la contemplazione.
La sua Mary ha tutti i clichè della figura angelica: eterea, fatta di luce, a malapena distinguibile dallo sfondo luminoso su cui si staglia, pur maestosamente. Attorno alla vita, però, porta un cordone rosso, un legame, anche questo di lettura immediata: la madre, la terra, la vita, il sangue. All’estremità del cordone è legata la campanella, il segno che permette l’identificazione di Mary. La campanella è non meno fissa della figura di Mary, pur essendo raffigurata in movimento, come testimonia l’alone grigiastro che ha attorno. L’alone fa vibrare il colore così come la campanella scuote il silenzio. Tutto questo è realizzato con grande abilità tecnica, con destrezza: Mary potrebbe essere uscita da una rivista di moda, c’è un uso di codici e un’aura gothic che rendono quest’immagine facilmente digeribile, assorbibile. Ma c’è anche dell’altro.
Mary, per Izzi, è Virtus Mary. C’è un riferimento iconografico: Mary è ritratta come una delle virtù medievali: ieratica, stabilisce un’iconografia precisa (la donna con la campanella), ritratta principalmente con i toni del bianco e del grigio, una scelta che mi ricorda i Vizi e le Virtù del Giotto degli Scrovegni. Mary però, più che raffigurare una virtù, ci richiede di riflettere sulla virtù. Dove sta il confine fra la vita e la morte? A cosa dobbiamo prestare attenzione, quale suono di quale campanello dobbiamo ascoltare? Mary non ha risposte, ma ci ricorda che il nostro approccio alla morte ci richiede delle scelte che sono morali e che in ultima istanza ci impongono di scegliere dei valori, un’etica, delle virtù.
Il posto dove è stata scattata questa foto è Madrid, ma potrebbe anche essere un’altra città: Madrid, come mi ha ricordato Silvia Martini, è un sunto architettonico di stili che hanno reso famose altre capitali Europee (prima fra tutte, direi, Vienna), ma è priva di monumenti che la rendano di per sé universalmente identificabile. È una grande città che non si impone con un carattere inconfondibile sul visitatore, ma lo lascia libero di vagare, apprezzare, cercare con pazienza di costruire da sé l’identità di quell’agglomerato che chiamiamo “Madrid”. Madrid di fronte all’obiettivo di Silvia è diventata il concetto di città, di città magari vista dalla provincia, di posto dove si è liberi di vagare e fotografare, anonimi e assorbiti dal flusso urbano.
Questa fotografia ha un che di medico, di impersonale (Silvia, non a caso, studia medicina): è la fotografia dello stato di una parte X di un corpo urbano Y a un tempo t. Silvia ha accennato alla metafora della città come un corpo, con grandi vie come arterie. Il corpo è qualcosa in cui ci si immerge, da cui ci si fa assorbire, le cui vie interne si percorrono come passanti, ma è anche qualcosa che possiamo oggettivare, guardare con distacco, in quanto corpo altrui.
Silvia si dedica principalmente alla fotografia di moda e per lei foto come quella scattata a Madrid sono un esercizio esplorativo che le permette di distanziarsi dai canoni abbastanza rigidi degli scatti di moda. Nella nostra conversazione ha paragonato le sue modelle a paesaggi e la città a un corpo, quasi a sottolineare che non è semplicemente la presenza di un corpo vivo davanti all’obiettivo a stabilire il carattere della fotografia. La fotografia di moda richiede estrema attenzione agli aspetti compositivi e il rispetto di certi canoni estetici, il che trasforma, almeno in parte, il corpo della modella in un elemento compositivo parte di un paesaggio inanimato, o animato dallo sguardo del fotografo, eterodiretto. Il corpo della città, invece, pur se rigido come i palazzi nella foto in mostra, è un oggetto da studiare, perché vive una vita propria e non si fa dirigere dallo sguardo del fotografo, ma richiede di essere colto al momento opportuno, con lo stesso tipo di attenzione che si rivolgere allo scatto del leopardo durante un safari fotografico.
AUGUST art gallery’s “Microcosm”: how to run a public guerrilla art project?
Posted: 13/10/2010 Filed under: Recensioni/Reviews | Tags: August Art, Bram Thomas Arnold, Elisa Caldarola, exhibition, guerrilla art, Liam Herne, London, Londra, Microcosm, mostra, Noa Edwards Leave a comment »At this link you can download “how to run a public guerrilla art project?”, a leaflet by AUGUST art gallery (London) featuring a short essay by myself. It is about “Microcosm”, the guerrilla art project organized by AUGUST art for summer 2010. I had fun writing my piece: I hope you will enjoy!
http://www.augustart.co.uk/archive/microcosm.htm
Dal link qui sopra potete scaricare “how to run a public guerrilla art project?”, un A5 creato dalla galleria londinese AUGUST art e che ospita un mio breve saggio. Il saggio è su “Microcosm”, il progetto di guerrilla art organizzato dalla galleria per l’estate del 2010. Mi sono divertita a scriverlo e spero che vi piacerà.

Bram Thomas Arnold - The Architecture of Decay (Microcosm, 3rd part) - courtesy of Gianleo Frisari (all rights reserved)
Review of UNFOLD: A Cultural Response to Climate Change – Kings Place Gallery, London
Posted: 20/09/2010 Filed under: Recensioni/Reviews | Tags: Arctic, art and science, arte e scienza, Artico, cambiamento climatico, Cape Farewell, climate change, David Buckland, exhibition, Feist, global warming, Ian McEwan, Kings Place Gallery, Laurie Anderson, London, Londra, mostra, riscaldamento globale, Sophie Calle, Unfold Leave a comment »Cape Farewell is a charitable organization created by artist David Buckland. Its mission is to stimulate cultural responses to climate change. Between 2007 and 2009 it asked several artists, musicians, and creative practitioners to take part in expeditions to the High Arctic and the Andes, in search of new voices to creatively address the issue of climate change. Some of the results and documents are now part of an exhibition curated by Chris Wainwright and Buckland himself at Kings Place Gallery in London.
Although I believe Cape Farewell is a great project and wish there were more similar initiatives, I must say that I did not enjoy this particular exhibition very much. Most notably the location was ill-judged. Kings Place Gallery is an art gallery inside the homonymous building on York Street. The building has good credentials: environmentally designed, it aims at merging arts and entertainment with office and conference spaces (there are also a music hall and a restaurant). Despite this, Kings Place cannot help looking like an archetypically corporate environment, made of big white empty walls, glass, steel, oak and dark leather. It is a place of comfort and anonymity, populated by men and women in dark suits, carrying leather briefcases. It is also the sort of place where art is used to decorate every corner. Emphasis on the verb – to decorate: the works hosted in the building seem to have been selected because of their invisibility, because they do not disturb and hardly provoke a reaction.
Unfortunately, this is the space that has been chosen to host Unfold, an exhibition that addresses the most disturbing and provocative issue we have to face today. Such an exhibition should speak loudly and ask for new frames. It should not remain unnoticed. This is not likely to happen at Kings Place, a space designed to make one feel comfortably numb, in the truest sense of the song. Plus, the works on display are relegated to a room and part of a corridor on the lower floor, squeezed in between other exhibitions and conference halls and hard to spot for the uninformed visitor.
As for the works, while there are panels with photographs of and statements by many of the participants in the expeditions, the actual works on display are few. There are a couple of photographs by Francesca Galeazzi showing the artist burying a gas cylinder in the ice, a metaphor for the idea of becoming “carbon neutral” by means of financing some offsetting project and feeling therefore entitled not to be bothered by the question of climate change any further. This is the work I liked most, together with the images of architect Sunan Prasad’s tethered helium balloons, which delineate between them 540 m2, equivalent to one tonne of CO2, which is the average emission per person per month in the UK.
I did not find the rest of the exhibition as interesting as those works. There are three photographs by Chris Wainwright, where ice illuminated with red light looks oxymoronically incandescent. David Buckland also engaged with ice and light and took pictures of icebergs on which he had projected sentences such as: ‘DISCOUNTING THE FUTURE, THE GREAT WHITE SALE, A HOT WIND MORE TERRIBLE THAN DARKNESS, SELF LOATHE SELF GREED SELF LOVE’. Those pictures are definitely iconic, but not really original or deep.
I suspect that there might be something deeply resistant to the visual arts in the icey environment of the Artic and the Andes. Those places, as some of the artists stress in their statements, are not for humans. They are asking to be left alone, they do not want us to mess with them. Put in art-theory terms, those places are a kind of infallible machine for evoking a sensation of sublime. But is there anything else that can be done with them? I suspect that photographs of big chunks of ice and stone, no matter how beautiful the lighting and how innovative the technique, all look the same in the end.
It is curious that, although many musicians took part in the expeditions (Laurie Anderson and Leslie Feist among others), musical works are not presented in the show, with the exception of the jazz accompanying poet Lemn Sissay’s video What if?. I think this is a missed opportunity: not being a representational art, music escapes the mechanism of sublime and could allow for a wider spectrum of engagement with the topic of climate change as seen from the Artic.
I loved that some artists (notably architect Sunand Prasad, comedian Marcus Brigstocke and writer Ian McEwan) stressed in their statements that we need to be positive about climate change, since self-deprecation won’t do us any good and because it needs a story of hope to make public attention stay focussed on a certain topic. On the Cape Farewell website I found a quote from Albert Einstein, which is much in the same spirit: “You cannot solve the problem with the same thinking that caused the problem”. It can be said that it is a character of “the thinking that caused the problem” that art and science practice are conceived of as strictly separated. In bringing artists and scientists together the Cape Farewell project makes a step towards a new form of thinking. However, it is a long way to trace a new path and this exhibition runs the risks of getting lost in the vast white of the Arctic. Sophie Calle packed this feeling in her concise and earnest statement: “Can I say nothing?”.
Unfold is on at Kings Place Gallery until October 2nd, free entrance.
http://www.capefarewell.com/art/exhibitions/unfold.html
Alex Bunn, Folk Form Taxa – The Aubin Gallery, London
Posted: 10/08/2010 Filed under: Recensioni/Reviews | Tags: Aesthetica Magazine, Alex Bunn, exhibition, Folk Form Taxa, fotografie, London, mostra, photographs, recensione, review, The Aubin Gallery Leave a comment »A new review I wrote for the Aesthetica Magazine Blog. Alex Bunn is interested in scientific method and in what is left out by our attempts at understanding the world. His images are stylistically impeccable, original and challenging.
Link: http://aestheticamagazine.blogspot.com/2010/08/review-of-alex-bunn-folk-form-taxa-at.html
Una nuova recensione per il blog di Aesthetica Magazine. Alex Bunn ha un interesse per il metodo scientifico e nei confronti di tutto ciò che sfugge ai nostri sforzi di comprensione. Le sue immagini sono stilisticamente impeccabili, originali e provocanti.
Ecco il link: http://aestheticamagazine.blogspot.com/2010/08/review-of-alex-bunn-folk-form-taxa-at.html
Microcosm/Microcosmo
Posted: 06/08/2010 Filed under: Recensioni/Reviews | Tags: August Art, exhibition, Liam Herne, London, Londra, luoghi dimenticati, Microcosm, mostra, Noa Edwards, Regent's Canal, Shoreditch Park, unseen spaces Leave a comment »“Microcosm” is an exhibition in three episodes organized by London gallery August Art (http://www.augustart.co.uk).
Artists Liam Herne, Noa Edwards, and Bram Thomas Arnold were selected to present projects engaging with ideas such as the presence of (deliberately) unnoticed spaces in a city and the creation of worlds.
I am currently sketching a brief contribution for a publication on the project. Here are some photographs from the first two episodes of the exhibition. I’ll keep you posted!
“Microcosm” è una mostra in tre parti organizzata da August Art, una galleria d’arte di Londra (http://www.augustart.co.uk)
Gli artisti Liam Herne, Noa Edwards e Bram Thomas Arnold sono stati selezionati per presentare progetti che ruotano attorno all’idea della presenza di luoghi che sono (deliberatamente) ignorati in una città e al concetto di creazione di mondi.
Sto preparando un breve contributo a una pubblicazione su questo progetto. Intanto vi posto alcune fotografie dei primi due episodi. Continuerò a tenervi aggiornati.
Liam Herne, Shoreditch Park, London:
Noa Edwards, Regent’s Canal, London:
Review of ‘Nothing is forever’ at London Southwark Gallery.
Posted: 30/07/2010 Filed under: Recensioni/Reviews | Tags: Aesthetica Magazine, arte contemporanea, contemporary art, exhibition, London, Londra, mostra, Nothing is Forever, Southwark Gallery Leave a comment »My new review for the Aesthetica Magazine blog is on here:
http://aestheticamagazine.blogspot.com/2010/07/review-nothing-is-forever-south-london.html
Hope you will enjoy!














