se sapessi disegnare
Posted: 13/05/2010 Filed under: Privato/Private | Tags: Agnes Martin, disegnare, felicità Leave a comment »a volte penso che se sapessi disegnare
sarei più felice
basterebbero disegni di uccellini, case,
qualche viso
o magari solo linee, ma tracciate con cura
basterebbe che non fossero scarabocchi ai margini delle fotocopie
basterebbero degli schizzi buttati giù velocemente
basterebbe prendere in mano una matita
e disegnare
Things I remember
Posted: 28/08/2009 Filed under: Privato/Private | Tags: Berlin, Damien Hirst, Fear, Raymond Carver, The Void Leave a comment »
Damien Hirst - The Void - Berlin, Hamburger Bahnhof
Fear
Fear of seeing a police car pull into the drive.
Fear of falling asleep at night.
Fear of not falling asleep.
Fear of the past rising up.
Fear of the present taking flight.
Fear of the telephone that rings in the dead of night.
Fear of electrical storms.
Fear of the cleaning woman who has a spot on her cheek!
Fear of dogs I’ve been told won’t bite.
Fear of anxiety!
Fear of having to identify the body of a dead friend.
Fear of running out of money.
Fear of having too much, though people will not believe this.
Fear of psychological profiles.
Fear of being late and fear of arriving before anyone else.
Fear of my children’s handwriting on envelopes.
Fear they’ll die before I do, and I’ll feel guilty.
Fear of having to live with my mother in her old age, and mine.
Fear of confusion.
Fear this day will end on an unhappy note.
Fear of waking up to find you gone.
Fear of not loving and fear of not loving enough.
Fear that what I love will prove lethal to those I love.
Fear of death.
Fear of living too long.
Fear of death.
I’ve said that.
Raymond Carver
Scritta al posto di qualcos’altro
Posted: 13/08/2009 Filed under: Privato/Private | Tags: poesia Leave a comment »Hai i capelli dritti
che sparsi sul cuscino
rassomigliano ai bastoncini
con cui giocavo a Shangai.
Uno alla volta bisognava estrarli
senza toccare gli altri
senza alterare l’equilibrio
generale.
Hai i capelli dritti e fini
difficile separare
un capello dall’altro
sono tanti
si muovono tutti assieme
si spostano
si spostano
continuano a spostarsi.
Invadono
la superficie del nostro letto
e non hanno nulla dell’alga
che trattiene.
Dei capelli come i tuoi
si usa dire che ricordano
le scope di saggina
e io mi attengo all’uso
in mancanza
di una migliore soluzione.
Straight hair you have
Spread over the pillow
sticks in the kids game
we used to play.
One had to pick them up
one at a time
while not moving or touching
any other stick, keeping
the general balance.
Straight and thin hair you have
It is hard to part
one single hair from the others
there’s plenty of them
all together they move around
move around
move around
they keep moving.
They are overrunning
the bed’s surface
Not at all like seagrass
They aren’t holding me back.
Hair like yours
Are said to remind of
Straw brooms.
I abide by the custom
Failing
Any better option.
Disincanto
Posted: 13/07/2009 Filed under: Privato/Private | Tags: amore, Didone, disincanto, Enea 4 Comments »
Speechless. Senza parole.
Ma sono fortunata: ho avuto il permesso di pubblicare integralmente sul mio blog questo post di Il nuovo mondo di Galatea, a cui posso affidarmi, lasciandole la parola. All’occhio penserà Turner. Per tanti motivi mi sembra una scelta appropriata.
Pubblicato originalmente in http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com
Il complesso di Didone. Ma perché le donne toste perdono la testa per gli Enea?
Didone, per esempio, bravo chi la capisce. Io non ci sono mai riuscita. Ogni volta che prendo in mano l’Eneide mi piglia uno di quegli intorcoli di stomaco che solo la rabbia genera, quando non la puoi sfogare.
Ma come, dico io, benedetta figliola! Hai tutto. Ma tutto tutto, proprio tutto quello che una donna, se ha un briciolo di sale in zucca, può desiderare.
Sei bella. Non come una velinetta da strapazzo, di quelle che sono pezzi di carne buttati lì, con le poppe al vento ed una espressione stolida sulla faccia che nessun chirurgo estetico può cancellare. No, bella bella, perché hai una certa età, ma sei ancora giovane e piacente, e si presume con negli occhi quella luce di intelligenza mista a consapevolezza che hanno le donne con una testa sulle spalle e un passato nel cuore. Sei più che bella, insomma, perché non è solo una questione di avere una certa misura di décolleté, la bellezza, o una certa età anagrafica, o una ruga in più o in meno: la vera bellezza è questione di fascino. E tu, Didone, lasciatelo dire, dovevi averne a secchi e sporte.
Poi hai carattere. Ma di quelli tosti. Vedova d’un uomo che hai amato, ma che, con delicato buon senso, è morto in fretta, lasciandoti libera e regina, narra la leggenda che mica ti sei messa addosso il velo della sposa in gramaglie e via a frignare. No, tu eri proprio regina e proprio libera di testa. Tanto è vero che, quando tuo cognato – perché gli uomini migliori han sempre fratelli stronzi? Anche questo è un grande interrogativo della storia! – viene lì tomo tomo cacchio cacchio a proporti un “accomodamento” per conservare una forma di potere regale anche dopo che il re tuo marito è defunto, e cioè di sposare lui e farlo diventare l’uomo di casa e il padrone della città, reagisci come una che sulla testa ha una corona, ma non per il caso fortuito d’aver sposato un principe regnante. Fra il diventare schiava, seppur sotto il paramento di un matrimonio legittimo, di un uomo che detesti, e il rischio di partire verso l’ignoto, non hai un attimo di esitazione: parti. Generazioni di donne, prima e dopo di te, si sarebbero rassegnate ad invecchiare in stanze buie, nella tristezza della quotidiana violenza e dell’indifferenza, pur di conservare o di riacquistare il nome di spose. Tu no: prendi e vai via, portandoti dietro quel poco che serve e chi ti è fedele.
Fondi una città. Nel mondo antico le donne non fondano città. Neppure se siamo nel mito. Le donne, ben che vada, accompagnano i fondatori. Anzi, nella prassi comune, al massimo al massimo si fanno rapire dai medesimi, dopo che hanno fondato. Tu no: sbarchi, ti guardi in giro con l’occhio clinico che oggi le principesse usano, nel migliore dei casi, per scegliere il luogo dove edificare la casa per le vacanze, e dici, con il medesimo tono: voglio quel posto lì. Il re di quel posto lì ride, anzi ghigna: lui in quel posto lì non ci ha mai visto altro che una palude nei pressi del mare, con una baia tonda, mezza chiusa dai detriti: a che mai può servire? Ma tu t’incaponisci: no, no, proprio quello. Lui ti guarda, sempre ghignando, perché ha deciso che è un capriccio da donnetta, una mattana, del resto che ne possono sapere le donne di dove si fonda una città, andiamo. Così sorridendo, fa un cenno di capo condiscendente, e ti propone ciò che sempre si propone ad una donna: “Vabbe’ lo vuoi? Allora mi sposi e quel posto lì te lo regalo.”
Ma tu di matrimoni e di mariti, e di proposte, ne hai già avuti più di quanti te ne servivano, quindi gli ribatti: “Ma no, facciamo un bel contratto, come se fossi un uomo. Io prendo una pelle di bue e tu mi regali tutta la terra che può contenere.”
Non solo è una donna, ma è anche ben scema, pensa il re locale, e qui il ghigno si spande tanto sulla faccia che, se non gli mettevano le orecchie a fermarlo, il sorriso gli spaccava la testa a mezzo. Tu sorridi di rimando, e, con l’anda di una Grace Kelly, stipulato il patto cominci a tagliare la pelle a striscioline, ma così sottili, così sottili, che, alla fine, a stenderle per terra ti sei presa tutto il promontorio che t’interessa, e il porto, e anche un po’ di campi attorno, mentre al re locale il sorriso di sufficienza si è trasformato in rictus, perché farsi fregare è già duro, ma da una donna, e bella, è uno smacco che non gli perdoneranno più.
Quindi, via, a costruire. Una città. E mica una qualsiasi. Cartagine, quella che, nata dal sogno di una femmina, sarà regina anche lei, di ogni rotta commerciale. La palude, tu l’avevi intuito, diventa un meraviglioso porto. Nascosto agli occhi indiscreti, proprio perché si apre in quello stagno tondo collegato con un canale che, alla bisogna, si può chiudere per impedire l’accesso ai nemici: è un luogo strategicamente meraviglioso, sì, proprio quel posto lì, dove il buzzurro capotribù vedeva solo una barena costiera senza utilizzo.
Ora, dico io, Didone mia, ragioniamo: sei bella, sei affascinante, e sei pure più intelligente di ogni uomo che hai incrociato nella tua vita. Spiegami, perché Enea? Ma Santi numi di tutto l’Olimpo fenicio e greco in seduta plenaria, che diavolo ci hai visto in lui per perderci così la testa? Caruccio, vabbe’, ma neanche un Paride; eroe, ok, ma di secondo piano. Con la mamma dea, siam d’accordo, ma una suocera così è più una rogna che un bonus: già quelle mortali, sopportale, figuriamoci quelle divine, te le raccomando.
Ti arriva alla reggia che ha sì e no una nave, pieno di fame, di un vago passato pieno di disgrazie, di un futuro che definire incerto è un atto di ingiustificato ottimismo, senza progetti, senza appoggi, sballottato dal Fato, va bene, ma forse anche da un carattere che è tutto un dubbio ed un ripensamento. E tu, che hai congedato senza un rimpianto fior di principi e ti sei salvata da squali ben più pericolosi, a questo tizio cadi ai piedi così, senza un fiato: non fa tempo ad entrare alla reggia che pàffete, per terra, non ti si ripiglia più.
Lo ami. E lui anche, magari, ma è tutto un tira e molla. E i rimorsi per la moglie perduta. E il figliolo che sta sempre tra le palle. E la mamma, la mamma, che preme, e trama, e suggerisce e controlla. Tu, che hai sempre avuto il piglio della donna manager, non ti sei mai fatta dire nulla e hai dato sempre i tempi tu, a tutto, vai nel pallone completo. Questi fanno, disfano, si insediano alla reggia, si sentono a casa loro, e tu non fai un piego, anzi, con il sorriso sulle labbra, prego s’accomodi, le servo anche un the? Non sei più regina, sei uno straccio. Perché poi non è neanche la fatica di star dietro a tutti ’sti casini: a quelli, diciamolo, ci sei abituata, un po’ d’organizzazione e se ne vien fuori a testa alta, anzi fresca come un fiore. No, chi ti manda ai matti è proprio lui, che c’è, ma non c’è mai, o almeno non del tutto. Che non lo capisci. Sta lì, sul balcone, con lo sguardo misura l’infinito, ma non sai se è perché lo rimpiange, lo rincorre, se ne vuole andare. E quando gli chiedi: “Ma che hai?” ti risponde: “Niente”, con l’aria però di chi ha qualcosa, ma non te lo vuole dire. Ci fosse una casa, come per Ulisse, a cui brama tornare, o una donna, come Penelope, che lo aspetta, capiresti. Ti regoleresti di conseguenza. Almeno sapresti contro cosa combatti. Ma non c’è nulla, tranne la sua tristezza infinita, muta, senza motivo, a cui non ti lascia avvicinare. È un vuoto che lo rosica da dentro, e non si può colmare, lo tormenta, ma non abbastanza da sfociare in qualcosa di serio: resta sempre a mezz’aria, inespresso, se ne vergogna un po’ anche lui, ma non lo affronta mai, anzi ci si crogiola.
Tu sei lì, cazzo, ti sbatti come una dannata per farlo felice, e lui pare che a esserlo lo sia per fare un favore a te, e nel fondo degli occhi quasi gli leggi persino un rimprovero perché non lo lasci essere infelice in santa pace.
Non sono cattivi gli uomini come Enea. Magari! Dai cattivi ci si difende. Sono i bravi ragazzi che ti rovinano la vita. Quelli a cui non ti riesce di dire il vaffanculo che meritano. Ci soffri, santi dei quanto ci soffri, a sentirti sempre tenuta sulla porta dell’anima e mai invitata ad entrare davvero; ti chiedi se ti ama, ti rispondi che sì, ma come può amare lui, cioè nei tempi morti in cui non sta a soffrire per se stesso; tu che hai sempre risolto ogni problema, e salvato tutti, non concepisci di non riuscire a salvare lui, che è in fondo l’unico a cui tieni. Più passa il tempo e più ti annulli, perché speri così di dimostrargli che non si deve sentire un fallito, e anche che tu sei una donna proprio come tutte le altre, anche se regina: bisognosa di un uomo che le stia accanto, a cui far da compagna, e anche un po’ da mamma, e da amica. Bisognosa di riversare su qualcuno tutta la tenerezza infinita che devi nascondere quando tratti gli affari di stato, perché poter essere finalmente dolce e materna, per una donna costretta a vivere in un mondo di maschi, è riposante, è come giocare con le bambole, fa tornar bambina.
Oddio Didone, quando ti leggo e vedo che sei a questo punto, mi piglia l’ansia: so a naso che siamo ad un passo dalla fine, è una storia che ha scritto tragedia da tutte le parti. Mi verrebbe da gridarti: via, scappa, salvati, lascialo perdere! Guai ad affezionarsi ad uomini così, sono una jattura! Sii ancora una volta intelligente, o almeno furba, e mollalo a cucinare nel suo brodo. Non vogliono essere salvati, quelli così: nel loro dolore ci stanno benissimo, come in una cuccia. Se lo sono costruito come un rifugio. Credono di vivere un grande dramma esistenziale, ma il loro dramma è in realtà una comunissima vita, con le sue batoste: sono loro che, a furia di fisime, la trasfigurano in una tragedia senza eguali, di cui però scaricano il vero peso a chi sta loro intorno, e alla fine ne escono sempre puliti, con un’aria di vaga melanconia molto chic.
Non te lo grido, naturalmente, e tu non potresti sentirmi. Così rotoli verso il disastro, che arriva puntuale. Lui, codardo come un uomo, scappa, di nascosto. Con l’alibi di non farti soffrire e di essere chiamato a doveri più grandi. Perché non ha nemmeno le palle di dirtelo in faccia, in realtà. Dirlo significherebbe ammettere che ha una qualche responsabilità in come gestisce la sua vita: che sono le sue scelte, non il fato o la sfiga a trasformarlo in ciò che è, perché non c’è nulla al mondo, in verità, che ci costringa a fare qualcosa se davvero non vogliamo.
E tu ti senti morta. Morta dentro. Di botto, senza un avviso di chiamata. Non c’è più niente intorno, e dentro solo il vuoto. Perché a lui hai dato tutto, e non è rimasto più nulla per te. Ti resta solo la spada, che carezzi prima di salire su una pira funebre: sei sempre organizzata, tu, mica lasci l’incombenza del tuo funerale agli altri che verranno. E ti ammazzi, lanciando maledizioni: sai che quelle non colpiranno, ma speri che almeno la fama della tua morte offuschi un po’ quell’aura da bravo figliolo ligio e sfortunato che è l’unica cosa a cui lui tiene veramente, perché oltre a quel ruolo non ha altro, e mai null’altro avrà.
Didone, non si fa così, ecchecazzo. Ogni volta che finisco il canto piango, ma mica per quella stupidaggine dell’amore romantico o del destino avverso. Piango perché, porca di una miseria, non ci si può lasciar ridurre così dal primo cretino che passa.
Sogno una Didoneide che ti renda finalmente giustizia, in cui lui ti abbandona, ma tu lo guardi andar via dalla terrazza della reggia con un sorriso pacato, finalmente conscia che il suo destino, sì, è quello di andar nel Lazio, e vada; anzi ti dispiace solo per quella povera disgraziata di Lavinia, che si dovrà sopportare pupo, suocera, amici e soprattutto lui, per invecchiare insieme con la sua tristezza cronica e la conversazione da sbadiglio. E mentre la nave si allontana all’orizzonte, di nuovo libera e di nuovo regina, convochi un bell’ufficiale della guardia, scattante e muscoloso, perché c’è da fare una ispezione al porto e contrattare le rotte con gli Etruschi, e rinnovare i sofà della reggia, programmare la rappresentazione teatrale per la sera… e la vita va avanti meglio senza quella lagna di Enea, su.
Gerard Richter’s portraits: lost in translation
Posted: 10/06/2009 Filed under: Privato/Private | Tags: feelings, Gerard Richter, lost in translation, photopainting, portraits 1 Comment »
Gerard Richter - Betty (1988) - Oil on canvas
We have had a bit of a discussion about this. Yes, they are portraits. There is a legitimate causal history to be told about them: there was such and such a woman in front of the camera, and then a pic of that woman was taken, and then Richter used the resulting photograph as the subject matter of his photo-painting. This, though, is not what matters about those pictures, I guess. The thing is that we cannot mistake them for photographs and that, at the same time, they make our attention focus on a variety of aspects, which are peculiar to photographs. Take that big picture of his daughter with her back turned on the viewers. It is clear-cut like a digital photograph and glossy like a poster. But it does not delude us: we do not mistake it for a poster. You were wondering how to describe the difference between that picture and some standard realistic portrait. Why is it that it seems so different from Vermeer’s Girl with a Pearl Earring which it – as we believe -nevertheless makes reference to? Maybe it is because it is so glossy. Maybe it is because, while looking at it, we think that it has been produced in a photographic age, while it would be mistaken to entertain such a thought in relation to Vermeer’s painting, because it would be anachronistic. It might be because of an objective property of the picture, or it might be because of some relational property linking the picture to the context of production. Here we are: another nice objectivist vs. contextualist dispute. No matter for this blog, though.
What I want to talk about, here, is the unexpected guest. I think there is something that happens to me and you because of the unexpected guest between us. I am talking about English. The language we use to communicate. We, who are both non-native English speakers (even though your English is much, much better than mine). English intrudes between us like an unexpected guest. And I think there is something for us to learn about the unexpected guest from Richter’s portraits.
There are things we say. And they might be not quite the things we wish we could say. Because we have to express ourselves in English and we have a limited mastery of the language. Nevertheless, we perfectly understand each other, don’t we? This is not the old story about gestures that can tell what words cannot tell. This is about implications. Things that we do not say and that, nevertheless, constitute the implicit background of what we say. We know what we are implying. We know the background our words emerge from. This is why I think our English is like Richter’s photo-painting. What we say in English might be not quite like what we wish we could say, as well as photo-paintings are not quite like photographs. However, at the same time, what we say in English hints at something crucial for the understanding of every linguistic utterance we might be capable to utter, be it in English, in Italian, or in Dutch. It hints at implications, because of the very fact that it can only imply them. What makes the difference is that implications between us are far from mysterious. They are like the glossy aspect of that girl’s portrait. They are clear-cut like the outline of the figure on the surface of that painting. Don’t you think it is beautiful?
La mia casa e i post che non ho scritto
Posted: 18/05/2009 Filed under: Privato/Private | Tags: Agrado, Almodovar, casa, decisioni, famiglia, ideali, Oxford, sogni, Todo sobre mi madre, università 3 Comments »E’ da un paio di settimane che non scrivo nulla. Un po’ me l’aspettavo: sono venuta a Oxford per il rush finale della scrittura della mia tesi e anche per seguire diversi corsi, quindi di tempo per il blog ne ho ben poco. Eppure ogni tanto sono stata tentata dallo scrivere un post. Argomenti curiosi ce ne sono parecchi: la vita nei college, a cominciare dalle toghe che qui si portano obbligatoriamente per cenare alla mensa e per sostenere gli esami. Oppure la sensazione che qui ci sia il mondo racchiuso in una cittadina: studenti delle nazionalità più disparate, conferenze quotidiane su tutti i campi dello scibile con esperti della materia. Lo strano miscuglio fra rispetto per le regole e amore per la comodità: in biblioteca non ci si azzarda a bere un sorso d’acqua, seguendo scrupolosamente il divieto, ma poi ci si toglie le scarpe, o ci si siede a gambe incrociare sugli ampi sedili di legno (anche, o soprattutto, se si è una ragazza e se si portano degli shorts) per mettersi più a proprio agio. O ancora, nelle piccole biblioteche dei college, che restano aperte tutta la notte, c’è chi va a studiare la mattina presto ancora in pigiama. Potrei andare avanti a lungo. Ho passato diversi mesi qui l’anno scorso e ho raccolto parecchie curiosità.
Però non mi interessa scrivere di queste cose. Gli argomenti che ho elencato sono quelli dei post che alla fine ho deciso di non scrivere. Il motivo principale per cui non voglio è che quest’anno mi sono proposta di tornare a Oxford per sentirmi a casa. Per spiegarvi che cosa intendo ho bisogno di una piccola digressione.

La casa dove ci si sente a casa è anzitutto la casa della propria famiglia. Io con i miei genitori ho un rapporto di questo genere: tanto è grande il legame affettivo che ci stringe, tanto è impossibile trattenere i moti più disparati del nostro animo quando siamo assieme, anche a rischio di creare gravi attriti fra noi. Penso sia una sensazione abbastanza comune, no? La famiglia come il luogo dove non si può fare a meno di essere sè stessi, dove, anche se ci trinceriamo nel silenzio, sappiamo che continuiamo ad avere di fronte le persone che ci conoscono e che, per questo, costantemente ci smascherano e ci riportano di fronte a noi stessi. Quindi, almeno per me, la famiglia non è il posto giusto dove rifugiarmi per fuggire ai pensieri che non voglio pensare, per evitare di prendere le decisioni che non voglio prendere. La famiglia, però, nel mio caso, è anche il luogo del passato. La casa dei miei sta in una città che ho abbandonato da quasi dieci anni, più di un terzo della mia vita. E quando mi ritrovo in questa città, magari con la testa piena di pensieri che non voglio pensare, ci sono degli angolini in cui nascondermi, magari per pochi minuti, delle spiaggette in cui insabbiare la testa. Le persone e i posti che non vedo da tanto. La libreria di casa dei miei che se io non la rimetto a posto ogni anno rischia l’implosione. Le scarpe che così carine e a buon prezzo si trovano solo in quel negozio lì. Quindi la casa di famiglia mi mette di fronte a me stessa, ma anche al mio passato. E quest’ultimo fatto basta ad assorbirmi e mi permette di continuare a rimandare pensieri e decisioni difficili.
Oxford è la casa di quella che vorrei essere. Che non vuole assolutamente dire che vorrei starmene per forza qui in futuro. Invece vuole dire che è il posto dove ho bisogno di stare adesso per potermi portare in quel posto in cui “una è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di sè stessa”, come dice Agrado in “Todo sobre mi madre” di Pedro Almodovar, una battuta che non ho mai dimenticato. E questo cosa c’entra con il fatto che non ho avuto voglia di scrivere post pittoreschi? C’entra perchè non sono venuta qui per fare del turismo intellettuale. I post pittoreschi stanno a Oxford come immergersi nei ricordi del passato sta al ritorno alla casa avita.
Ecco, questa volta non ho altro da offrirvi se non questa predica che faccio a me stessa. Ma ho anche una domanda: quali sono le case dove abita l’idea che avete sognato di voi stessi? Vi va di raccontarmele?
A presto, spero.
Questione d’intensità
Posted: 08/04/2009 Filed under: Privato/Private | Tags: caldo, intensità, intermittenze, problemi, soluzioni, uomini Leave a comment »

Abstraktes Bild - Gerard Richter (1988)
Concedetemi di elencare qualche impressione. La giornata mi pesa e la pagina mi accoglie.
Intermittenze, e caldo.
L’attesa della partenza – a ottobre fanno dieci anni qui – pagine da scrivere.
Le case di questa piazza sembrano fatte apposta per specchiarsi sui vetri della finestra enorme della biblioteca aperta: il loro colore giallino, il cielo padano che oggi è straordinariamente azzurro, è tutto molto semplice.
Gli studenti fuori in mezze maniche
e tu, lontano, e hai paura (e ho paura)
e tu, qui
e tu che non ci sei più, credo.
Poliandria.
Quasi mi metterei a ballare,
ma desidero con la stessa intensità gettare via questo computer dalla finestra
(realizzare il modo di dire per vedere l’effetto che fa).
Non è la mia soluzione.
Non è detto che sia un problema.
Visibilità
Posted: 02/02/2009 Filed under: Privato/Private | Tags: paura Leave a comment »Lei me lo diceva sempre: ‘Non far calare la nebbia’. Io la nebbia la faccio con le parole lasciate a bollire in pentola per ore. Si espande uniforme nella conversazione finché fra me e il mio interlocutore la visibilità si riduce. A volte è spaventoso. La nebbia nasce dalla paura e mi lascia addosso ancora più paura.
Diplopia
Posted: 28/01/2009 Filed under: Privato/Private | Tags: diplopia Leave a comment »
Stacco per un minuto gli occhi dallo schermo del computer, come mi ha consigliato di fare l’oculista, mi tolgo gli occhiali, rilasso lo sguardo ed eccola qui, la mia diplopia. Bentornata, cara. Mi hai sempre accompagnata, ma solo ora comincio a temere la tua presenza.
Mi hanno detto che con l’andare del tempo potrei incontrare sempre maggior fatica a ricacciarti indietro. Un po’ come succede quando si butta la polvere di un problema sotto il tappeto e il tappeto…beh non so bene che cosa succeda al tappeto. Magari si ribalta all’improvviso, oppure si consuma piano piano, oppure arriva qualcuno e lo sposta. Insomma, in qualche modo, alla fine, il tappeto ti tradisce e ti restituisce tutta la polvere che ci avevi buttato sotto. Chiudo gli occhi.
Per l’immagine ringrazio l’autrice di questo blog, pieno di illustrazioni deliziose:
http://h5l5n5-theaccidentalbookseller.blogspot.com/



