Paola. 1.
Posted: 31/03/2011 Filed under: Lavori in corso | Tags: narrativa, personaggi femminili, racconto Leave a comment »
Paola Campanale era la minore delle due figlie di Francesco e Vittoria Summo. Francesco aveva ereditato dal padre Vincenzo e dalla madre Annunziata molte terre e alcuni appartamenti. La loro era una delle più antiche e ricche famiglie di proprietari terrieri del paese, come testimoniava il palazzo in cui vivevano, che si affacciava sul corso principale. Paola aveva sempre vissuto in quel palazzo, a parte i brevi intervalli in cui i suoi studi l’avevano portata fuori dal paese. Quando ripensava alla propria infanzia, si vedeva seduta al pianoforte in quello che a casa sua si chiamava ‘il salone’, che era un ampio salotto con divani e poltrone Luigi XVI, e un alto secretaire intarsiato. Due pareti della stanza erano affrescate con scene bucoliche: da una parte pastorelli che zufolavano semisdraiati sulle rive di un lago e rovine sullo sfondo. Dall’altra pastorelle formose che danzavano in cerchio fra l’erba e un cielo tutto giallo che non si capiva se fosse l’alba o il tramonto. Paola suonava dando le spalle a queste scene e si concentrava scrupolosamente sull’articolazione delle dita, spuntando uno dopo l’altro gli studi di Czernyana. Alla fine di ogni esercizio voltava di centottanta gradi il seggiolino girevole e si rilassava guardando il soffitto. Anche quello era affrescato, o forse bisognava dire decorato: c’era dipinto su una specie di enorme centrotavola di pizzo bianco, su sfondo rosa. Il centrotavola pareva vero, solo che non si capiva se il pittore avesse voluto dare l’idea di un velo che pendesse da lassù, o se avesse immaginato di ribaltare la stanza, e di stendere una gran tovaglia sul soffitto, come sua madre faceva col tavolo della sala da pranzo nei giorni di festa.
A scuola Paola era la migliore della classe. Era brava in tutte le materie, fuorché in ginnastica, e le piacevano tutte le materie, fuorché la ginnastica. Flora, invece, era più portata per lo sport, come diceva sua mamma alle signore che venivano in visita, indicando il trofeo di pattinaggio vinto da sua sorella, piazzato sopra al secretaire, all’angolo opposto della cornice d’argento con la fotografia del matrimonio dei suoi genitori. Quando Paola vinse il suo primo concorso di pianoforte la sua targa finì diritta in mezzo fra la fotografia e la coppa. Da quel giorno Paola, durante le pause fra un esercizio e l’altro, prese a guardare ora il soffitto, ora la targa.
Paola e sua sorella furono le prime bambine della loro età, in paese, a viaggiare fuori dall’Italia. Lei aveva dieci anni e Flora dodici quando andarono per una settimana a Salisburgo, con la macchina nuova di papà. Poco dopo che furono tornati fecero una festa per il compleanno di Paola e invitarono le sue compagne di scuola. Prima che le bambine andassero a giocare con le Barbie, Vittoria, Flora e Paola mostrarono a tutte le invitate le foto del viaggio e offrirono loro dei grandi cioccolatini sferici, le ‘palle di Mozart’. Tutte le mamme sorrisero imbarazzate e accettarono educatamente. Delle bambine, invece, una diede appena un morso al cioccolatino per poi riconsegnarlo senza tante cerimonie nelle mani della mamma, un’altra si rifiutò persino di scartarlo, un’altra lo mangiò tutta seria e poi andò vicino a Paola a dirle ‘è cattivo’. Né i cioccolatini né le foto riscossero successo, quel pomeriggio. Paola se lo ricordava come l’inizio della stagione dell’invidia, una stagione lunghissima che, a volte, nonostante fossero passati quasi trent’anni da quel giorno, e nonostante che le sue compagne di scuola l’avessero eguagliata in viaggi e spesso superata in varietà d’esperienze, le sembrava non fosse ancora terminata.
L’invidia le aveva inimicato tutte le sue coetanee del paese, di lì in avanti. Così le confermava la mamma, mentre percorreva vigorosamente col ferro le lenzuola stese sull’asse da stiro, quando lei si lagnava nei pomeriggi d’inverno, durante il liceo. Le diceva di pazientare, che quando sarebbe andata all’università avrebbe conosciuto altre persone brave e intelligenti come lei, e si sarebbe dimenticata di quelle somare di paese. Non che i ragazzi che conobbe al liceo scientifico, la prima scuola mista che frequentò, le avessero offerto una qualche alternativa alle ragazze invidiose. In effetti, durante i primi anni, i compagni di classe non esistevano per le compagne, e viceversa. Si salutavano all’inizio e alla fine delle lezioni e si facevano gli auguri per le festività religiose, gli onomastici, i compleanni. A un certo punto però le cose cambiarono e le sue compagne di scuola presero a raccontare delle serate passate con la comitiva alla villa, il giardino pubblico, serate a cui partecipavano anche alcuni dei loro compagni. Le ragazze, l’indomani, trovavano sempre da sghignazzare su qualcosa che uno dei ragazzi aveva detto la sera precedente. Paola si meravigliava di come quegli orsi muti, che sembravano ogni giorno diventare più grossi e a disagio sul banco striminzito che li conteneva a fatica, potessero trasformarsi in persone socievoli, dalla mattina alla sera, per poi tornare silenziosi e sonnolenti in classe.
Paola fu l’unica della classe a diplomarsi con sessanta e l’unica della scuola a prendere la lode. Quasi tutti i suoi compagni di liceo s’iscrissero all’università, ma lei fu la prima a laurearsi, con lode. Aveva studiato filosofia a Bari, e aveva passato quattro anni da pendolare fra il suo paese e la città, che distava una trentina di chilometri. In treno, durante il viaggio di andata e ritorno, le capitava d’incontrare i vecchi compagni e li salutava frettolosamente, per tornare a immergersi nei suoi appunti. Sarà per via della vita da pendolare, sarà che quando non studiava per l’università suonava il pianoforte – l’anno successivo alla laurea si diplomò in Conservatorio – ma a Paola non capitò di stringere amicizia con nessuno all’università. Si era abituata ad avere come amica sua sorella, che spesso la invitava ad uscire con la propria comitiva. Flora non aveva mai avuto le stesse difficoltà di Paola nel fare amicizia. Per Paola gli uomini della comitiva della sorella non erano molto più interessanti di quanto lo fossero stati i suoi vecchi compagni di liceo, né lei faceva nulla per rendersi attraente ai loro occhi. Aveva adottato jeans e polo come divisa, al primo anno di università, e raramente abbandonava quella tenuta.
Dopo la laurea e il diploma di pianoforte si trattò di decidere che strada seguire. Paola teneva molto a fare un dottorato e sapeva che questo le avrebbe impedito di tentare una carriera da pianista, che non ammetteva altri impegni a cui dedicarsi. Inoltre, le possibilità di riuscita in quel campo erano pochissime e, Paola dovette ammettere – benché solo di fronte a se stessa – che lei non si sentiva adatta a fare la musicista. La prospettiva di passare la vita a riscuotere o non riscuotere successo con le proprie esibizioni aveva un che di sregolato, di lasciato al caso, che la terrorizzava. L’accademia, invece, le sembrava offrire una strada più sicura. La sua ipotesi venne dapprincipio confermata, allorché vinse il primo concorso di dottorato a cui si presentò, presso l’università di Genova. Per la precisione, arrivò seconda per punteggio a quel concorso: lo scritto lo passò senza un errore ma, all’orale qualcosa andò storto e un altro studente si aggiudicò un punteggio più alto. A Paola questo diede fastidio, soprattutto perché non riusciva a capire dove avesse sbagliato nel corso dell’orale. L’avevano trattenuta così poco. Una domanda sul contenuto della sua tesi di laurea, nessun commento, una stretta di mano…e il ragazzo che era arrivato primo era rimasto con la commissione per ancor meno tempo.
Al loro primo incontro il professore che l’avrebbe dovuta seguire nelle sue ricerche le disse che non c’era bisogno che lei si trasferisse a Genova per studiare. Se preferiva poteva continuare a studiare a Bari e recarsi a Genova non più di una volta ogni due mesi. Lei fu ben felice di accettare quel consiglio: a Genova non conosceva nessuno ed era abituata a studiare in casa sua, prendendo i libri in prestito dalla biblioteca. Aveva trasformato la sala da pranzo nel proprio studio, da quando sua sorella si era sposata. Aveva anche in mente di continuare a lavorare con il professore che l’aveva seguita a Bari per la tesi e andò a trovarlo non appena seppe dei risultati del concorso. Lui le fece tanti complimenti, disse che lei era la sua allieva migliore di sempre e che ora era tempo che si facesse avanti una nuova generazione di studiosi. Lui era stanco e di lì a un anno sarebbe andato in pensione. Non se la sentiva d’impegnarsi in nessun progetto. Le consigliò di stringere piuttosto nuovi contatti al dipartimento di Genova.
A Genova, però, nessuno sembrava contento del suo lavoro. Ogni volta che andava a una riunione il suo progetto di ricerca veniva criticato per un nuovo motivo: prima perché aveva scelto un tema troppo vasto, poi perché prendeva in considerazione solo autori minori, poi perché aveva finalmente scelto un tema preciso ma su cui nessuno aveva lavorato prima in quel dipartimento. Per Paola cominciò un periodo di studi furiosi. Appena lasciata la riunione partiva sempre con il primo treno disponibile, e già durante il viaggio di ritorno non staccava gli occhi da qualche voluminoso saggio. A Genova cercava di passare meno tempo possibile. Non poteva studiare là, perché ogni notte passata in quella città era per lei una notte insonne. Dapprima pensò che si trattasse dell’albergo che aveva scelto, su una strada troppo trafficata. Si fece dare una stanza che affacciava sul cortile interno, scelse un albergo vicino a un piccolo parco, comprò i tappi di cera per le orecchie, ma non c’era niente da fare. In quella città lei non riusciva a prendere sonno. Di conseguenza quando stava là le mancavano le forze per studiare. Tornata a casa si metteva a dormire per un giorno intero e poi ricominciava col suo ritmo regolare di dodici ore di studio al giorno al tavolo della sala da pranzo. Nel salone, invece, non andava spesso e lasciava il pianoforte chiuso per settimane. A volte però, nel primo pomeriggio, mentre i suoi genitori riposavano nella loro stanza, apriva la porta che separava la sala da pranzo dal salone ed entrava nella grande stanza immersa nella penombra. Con gli occhi cercava la fotografia del giorno della sua laurea, a fianco a quella del matrimonio di sua sorella e alle altre foto più vecchie, sul secretaire intarsiato. Si vedeva fotografata nel tailleur grigio perla, i fianchi larghi, il viso di una ragazza più giovane della sua età. Poi spostava lo sguardo sullo specchio appeso a fianco al mobile. Non era cambiata molto dal giorno della sua laurea: si era fatta, forse, un poco più magra. Si rasserenava e tornava a studiare.
Serenella. 2.
Posted: 30/03/2011 Filed under: Lavori in corso | Tags: narrativa, personaggi femminili, racconto Leave a comment »Serenella parcheggiò nel cortile di casa con una sola manovra. Perfetto. I parcheggi sul lato sinistro le erano sempre venuti una meraviglia e dopo trent’anni di guida ancora le procuravano qualche piccola soddisfazione quotidiana.
‘Vuoi che ti aiuti, papà?’
‘No no, ci riesco da me’.
Il padre si tirò su dal sedile appoggiando il peso sulla sola gamba sinistra, precariamente. Non c’era verso di convincerlo ad usare un bastone, si ostinava a camminare semi-zoppicante, per via dell’artrite che si era improvvisamente aggravata dacché aveva passato gli 85 anni, e si appoggiava continuamente a lei. Era lei il suo bastone, e lo sapeva bene la sua spalla destra, che talvolta, alla fine di una giornata passata fuori con lui, era affaticata a forza di sostenere il suo peso. Queste giornate, però, si facevano sempre più rare. Lui passava la maggior parte del tempo seduto sul divano in cucina, e spesso quando lei rincasava da scuola, nei pomeriggi d’inverno, lo trovava là al buio. ‘Papà, ma perché non hai acceso la luce?’ – ‘Tanto a che mi serve, a niente mi serve!’.
Una volta che furono saliti a casa lui guadagnò il divano e lei preparò le zucchine in padella per la cena. Aveva mezz’ora di tempo, poi sarebbe uscita di nuovo per il suo corso di pilates. Le piaceva affettare le verdure. Era precisa, meticolosa, e osservare lo spettacolo di quella natura che si adattava remissiva ai colpi ordinati del suo coltello la rilassava. A Bianca da bambina piaceva tantissimo che lei le tagliasse la mela Golden a fettine sottilissime, trasparenti e succose, alla fine del pranzo. Non aveva sentito sua figlia da quando aveva fatto ritorno in Inghilterra, la domenica precedente. Si ripromise di cercarla su Skype quella sera. Squillò il telefono, che era sistemato sul tavolino accanto al divano dove sedeva il padre. Prima di andare a rispondere Serenella volle mettere alla prova ancora una volta l’udito del padre, e vedere se lui avrebbe sentito il suono e risposto. Ma lui non accennava a muoversi.
‘Pronto’
‘Pronto, casa Valli? Sono Paola Campanale, una collega della professoressa Cecchi. La professoressa è in casa?’
‘Certo, sono io, buonasera Paola, ci siamo conosciute stamattina in aula insegnanti, vero?’
‘Ah è lei, buonasera’
‘Ma non avevamo deciso di darci del tu? Io mi chiamo Serenella’
‘Ah piacere, sì io sono Paola, mi scusi, anzi scusami…ti ho chiamato perché oggi pomeriggio c’è stato il consiglio di classe della seconda D e io, sai, sostituisco la professoressa che faceva il verbale sino alla fine dell’anno, e allora il consiglio ha proposto che lo facessi io il verbale e io adesso sono a scuola che lo sto compilando e ho un po’ di dubbi e allora volevo chiederti, se non ti disturbo troppo, alcuni chiarimenti, visto che tu sei l’unica collega della mia materia che ho conosciuto e, in realtà, l’unica collega che ho conosciuto in generale, perché sono arrivata nella vostra scuola solo due giorni fa’.
Sembrò riprendere fiato, finalmente.
‘Certo Paola, dimmi pure, i primi verbali sono sempre ostici…’
‘Ecco il problema principale è un problema stilistico. Devo riportare in discorso indiretto o in discorso diretto gli interventi dei vari colleghi?’.
Diretto o indiretto? Serenella si chiese per un istante se la donna all’altro capo della cornetta non stesse scherzando. Ma non c’era nulla nella sua voce che lo facesse sospettare.
‘Oh Paola, non ti preoccupare, scegli pure la forma che ti riesce più congeniale, magari un misto delle due’
‘Sì, ma professoressa Cecchi…scusa, tu, tu sai che, da una parte, se adotto l’indiretto il testo può assumere facilmente una connotazione interpretativa che è estranea alla modalità del verbale, e che, d’altra parte, se riporto tutto in discorso diretto devo essere certa che sto riportando esattamente le parole che sono state pronunciate dai colleghi, altrimenti commetto un falso in atto pubblico! Ma io non sono sicura che i miei appunti siano perfettamente fedeli a quello che i colleghi hanno detto, non ho pensato di portare un registratore, forse la prossima volta farò meglio a chiedere il permesso di usarlo….’
Serenella udì nella voce di Paola il suono sottile di qualcosa che si stava incrinando, lontano. Bisognava fermarla.
‘Senti Paola, da qualche parte nel mio cassetto a scuola dovrei avere qualche brutta copia di verbali che mi è capitato di scrivere. Magari, se tu aspetti domani mattina, ci possiamo incontrare e ti posso lasciare queste brutte copie, che ti possono servire d’ispirazione. L’importante è essere sintetici nel verbale e, certo, fedeli al vero. Ma sta a te selezionare le informazioni rilevanti’
‘Ma io non posso aspettare domattina! – di nuovo si sentì quel suono di vetro che s’incrinava nella voce di Paola – non è che puoi venire a scuola a darmi queste brutte copie adesso? Non abiti lontano vero? Me l’ha detto la bidella che mi ha dato il tuo numero di telefono che stai dalle parti di Piazza Redi’
Serenella pensò che se si sbrigava sarebbe riuscita a passare da scuola e poi a scappare al suo corso di pilates. Avrebbe anche avuto la scusa per non dilungarsi in una lezione di verbalizzazione con la collega, lezione alla quale non sarebbe potuta sfuggire se si fossero incontrate l’indomani.
‘Va bene, dai, dammi dieci minuti e sono lì’
‘Grazie Serenella, non so come ringraziarti, lo sapevo che mi avresti aiutato, me l’hanno detto che di te ci si può fidare’.
Però, era arrivata solo due giorni prima eppure qualcuno aveva trovato il tempo di indottrinarla. Andò in bagno a infilarsi le scarpe.
La trovò in una delle aule dell’ultimo piano. Da lassù si poteva vedere bene il mare, ma Paola si stava perdendo lo spettacolo, seduta con le spalle alla finestra, il registro rosso squadernato davanti a coprire lo spazio di un banco intero, e fogli densi di appunti sparsi sul banco a fianco. Si alzò non appena la vide entrare.
‘Mi è sempre piaciuto guardare il mare da qui’
‘Grazie, grazie, grazie per essere venuta’
‘Non c’è di che’.
Paola si era voltata un momento verso la finestra, ma aveva appena buttato uno sguardo al paesaggio. Ora guardava con trepidazione le pagine che Serenella teneva in mano.
‘Eccoti alcune bozze di miei vecchi verbali. Spero che ti possano essere di qualche aiuto. E mi raccomando: non dare troppa importanza a queste scartoffie. Cerca di scrivere quello che ti ricordi e di essere stringata. Vedrai che nell’arco di un mese ci farai il callo!’
‘Grazie Serenella, sei gentilissima’
Si accorse che sul viso di Paola era colato in grosse gocce il nero del mascara. D’istinto sfoderò un sorriso, decisa a far finta di nulla.
‘Allora ci vediamo nei prossimi giorni!’
‘E le tue brutte copie?’
‘Puoi tenerle tu’
‘Grazie, grazie, grazie…allora…ci vediamo presto’
‘Sì io sono qui tutti i giorni fuorché il venerdì, magari una volta ci prendiamo un caffè’
‘Grazie, grazie, volentieri’.
Paola si mosse verso Serenella, per accompagnarla alla porta. Portava un paio di jeans tinti blu scuro e una polo gialla a maniche lunghe, ma l’abbigliamento casual non le donava un’aria giovanile, forse perchè le sottolineava i fianchi ampi e le spalle piccole, appesantendola. Si vedeva che aveva superato i trent’anni. Quando Serenella si accorse che aveva anche un paio di scarpe sportive bianche, dall’altra suola di gomma, le sembrò di aver di fronte una pensionata alla gita parrocchiale della domenica. ‘Che gioventù!’ avrebbe commentato suo padre.
‘Serenella…ci possiamo vedere domani? C’è un’altra cosa di cui vorrei parlarti, la seconda D, forse hai sentito alcune voci, è una classe un po’ strana, c’è una ragazza…difficile…e anche se ci siamo visti solo una volta io ho già capito che la situazione lì è dura, soprattutto per me che sono alle prime armi, e allora, magari se tu potessi darmi qualche consiglio…’
‘Ma certo, con piacere. Sei libera domani alle 11?’.
Si concentrò sul bell’orologio metallico al polso di Paola, adesso che le era così vicina, se l’avesse guardata in viso, non avrebbe potuto fare finta di non notare i segni delle lacrime.
‘Certo, oh grazie, a domani allora’
‘A domani, e coraggio con quelle scartoffie!’.
Serenella attraversò il corridoio deserto, pieno dell’odore del linoleum, scese le scale e si affrettò verso il parcheggio. Portava ancora il suo sorriso rassicurante quando avviò l’auto e si vide riflessa nello specchietto retrovisore.
Serenella. 1.
Posted: 29/03/2011 Filed under: Lavori in corso | Tags: narrativa, personaggi femminili, racconto Leave a comment »
Quando il preside dell’Istituto Rossini, al collegio docenti d’inizio anno scolastico, aveva annunciato l’introduzione di un test con cui gli studenti avrebbero valutato gli insegnanti, non si era visto nessun cenno di approvazione in aula magna. Qualche testa era stata scossa in cenno di diniego, alcuni avevano voltato il collo in direzione del vicino e alzato gli occhi al cielo, altri nella loro immobilità sembravano non aver nemmeno sentito. Sì, c’era stato qualche brusio, ma nessuno aveva preso la parola. Il preside aveva proseguito a spiegare che il test sarebbe stato anonimo per gli studenti, che gli insegnanti sarebbero stati valutati con un punteggio da 1 a 10 su sei parametri (Chiarezza, Completezza, Coinvolgimento, Ispirazione, Istruzione, Attenzione), da cui il nome ufficiale del test, C.C.C.I.I.A.) che i risultati del test – somministrato a fine anno scolastico – sarebbero stati comunicati solo ai diretti interessati, che non sarebbero stati divulgati al di fuori dell’Istituto neppure in forma anonima e statistica e che non avrebbero influito sulla carriera di nessun insegnante. Sarebbero però stati oggetto di attenta disamina da parte sua e avrebbero fornito materiale di riflessione qualora si fosse presentata la necessità di discutere con un docente l’andamento del suo lavoro. Anche queste informazioni erano state accolte da un disinteressato silenzio, e il preside aveva proseguito con l’ordine del giorno: la dislocazione dei distributori di merendine e i permessi di uscita anticipata per gli studenti. Poi avevano fatto una pausa caffè, e il C.C.C.I.I.A. s’era guadagnato un minimo d’attenzione, essendo stato prontamente ribattezzato C.I.C.C.I.A. nel solito crocchio di fumatori-lettori-della-Repubblica-e-talvolta-di-Micromega. Il giorno dopo l’anno scolastico era cominciato davvero (lezioni dalle 8 alle 14, dal lunedì al sabato, intervallo dalle 10.30 alle 10.50) e nessuno aveva più pensato al C.C.C.I.I.A o al C.I.C.C.I.A.
Nove mesi dopo, una mattina di giugno, la professoressa Serenella Cecchi, convocata in ufficio dal preside, trovò disposta sulla scrivania della presidenza (un lungo pezzo unico in vetro curvato dono di una nota azienda della zona, che, si raccontava, era di poco più piccolo, ma identico nella forma, a quello che la nota azienda aveva orgogliosamente piazzato di fronte ai giornalisti RAI nello studio di ripresa del primo telegiornale nazionale a Roma pochi anni prima) un’alta pila di fogli A4 (alta come dieci o forse più dei suoi libri di testo impilati uno sull’altro, aveva pensato la professoressa) con a fianco un solo foglio, apparentemente identico al foglio che lei, stando in piedi, poteva vedere in cima alla pila. Non c’erano altri oggetti sopra la lunga scrivania, ma Serenella Cecchi non si stupì: tutti sapevano che il preside faceva attenzione ad appoggiare sulla scrivania solo quei documenti di cui aveva bisogno per il colloquio in corso, e che si affrettava a spostare i documenti usati su un tavolo di servizio addossato a una parete laterale del suo ufficio.
- Professoressa Cecchi, buongiorno! Mi perdoni se la sottraggo alla sua classe per dieci minuti, ma non potevo non convocarla per esprimerle le mie congratulazioni!
- Congratulazioni? E per cosa?
- Ho appena finito di scrutinare i risultati del test C.C.C.I.I.A. e i risultati dicono che per i nostri studenti lei è di gran lunga il migliore docente dell’Istituto Rossini! Ha totalizzato un punteggio impressionante e di molto superiore a quello dei suoi colleghi, anche di quelli che si sono piazzati molto bene.
- Ah sì? Bene, cioè, mi fa piacere…
Serenella Cecchi dietro gli occhiali bifocali teneva gli occhi sbarrati e faceva ondeggiare di poco e rapidamente la testa, in segno di iononsobenecosadire nonmiricordobenecosafossequestotest epoinonsonodeltuttosicuracheleistiaparlandosulserio.
- Guardi, non solo ha ricevuto pochissime valutazioni negative, ma quelle negative non vanno mai sotto il 5. E poi ha una media altissima! Chiarezza: 8,3; Completezza: 8,1; Coinvolgimento: 9,2; Istruzione: 8; Ispirazione: 7,4! Attenzione 7,8! Nessuno dei suoi colleghi è arrivato a tanto.
- Mi fa piacere, Preside – commentò secca, mentre gli occhi le tornavano alla pila di risultati e si chiedeva se il preside avesse passato la notte a leggere tutti quei dati in ufficio, o se li avesse invece portati a casa, e poi si diceva che era più verosimile che la lettura dei risultati fosse stata l’attività di una settimana e non l’impresa titanica di una notte.
- Bene, Professoressa. Come sa i risultati non verranno divulgati e non avranno conseguenze sulla carriera dei docenti, ma mi è sembrato doveroso complimentarmi per il suo successo, in particolare in un anno che per lei, mi permetto di dire, è stato così denso d’impegni…
- La ringrazio, Preside. Mi fa davvero piacere – disse con un cenno affermativo della testa e un sorriso a labbra chiuse.
- Bene. Credo che sia anche un risultato incoraggiante per la sua…categoria…per i suoi colleghi di religione…cioè, come ho detto il risultato non sarà divulgato ma io lo interpreto come un buon segno per il futuro di questo insegnamento, che sta a cuore tanto a lei quanto a me. Ce ne fossero di insegnanti come lei, Professoressa Cecchi!
- Sono sicura che ce ne sono in abbondanza. Ora, Preside, se vuole scusarmi, io dovrei tornare in classe…
- Ma certo, Professoressa, ma certo, qui abbiamo finito – le rispose mentre riponeva il foglio isolato sulla pila dei risultati – la ringrazio per essere passata, le rinnovo i complimenti e le auguro una buona conclusione di anno scolastico e delle buone vacanze.
- Grazie Preside, anche a lei, arrivederci.
Mancava una settimana alla fine della scuola e alla fine dell’anno scolastico che era stato il più anomalo nella vita di Serenella Cecchi. Mentre faceva ritorno in classe attraversando il corridoio del secondo piano non poteva fare a meno di notare che anche quel giorno tutto ciò che era attorno a lei in quell’edificio non aveva perso quel carattere di rilevanza che era andato acquisendo nei mesi precedenti e che aveva trasformato potentemente le sue giornate. Era difficile da spiegare e non ci aveva mai provato con nessuno. Certe cose che prima non vedeva nemmeno, benché fossero sempre lì, erano arrivate ad occupare il centro della sua attenzione, e non sembravano avere intenzione di andarsene. Le pareti dei corridoi, dipinte di vernice giallo-paglia ad altezza d’uomo, decorate con fotografie ingrandite delle vecchie Quinte e poster dell’azienda turistica locale (Pesaro 1900; La Provincia Bella; Rossini Opera Festival 1997). Mentre camminava la accompagnavano, lanciandole le loro piccole sfide: quanti alunni obesi riusciva a identificare in un solo colpo nelle foto delle Quinte? Si poteva affermare con sicurezza che gli alunni degli anni ’80 e ’90 erano più composti nelle foto che gli alunni dell’ultimo decennio? Si ricordava di altri poster in stile liberty in giro della scuola, o l’unico era Pesaro 1900? E perché non c’era nessun poster di eventi dell’ultimo decennio? C’era qualcosa che non andava con l’ultimo decennio? E i colleghi. Un giorno di autunno inoltrato, in cui le prime maglie di lana pesante e le prime giacche cominciavano a comparire per i corridoi, aveva scoperto che le modalità con cui si muovevano per la scuola erano un numero finito: quattro. C’erano quelli che incedevano gravi, spesso carichi di libri di testo e fasci di compiti in classe; c’erano quelli che all’opposto si affrettavano verso la porta della classe, lo sguardo basso come tori da combattimento; c’erano i peripatetici, sempre accompagnati da almeno un interlocutore (un altro collega, un alunno, talvolta persino il preside), lentissimi nel raggiungere la porta della classe; e poi c’erano i belli, quelli che sembrava stessero facendo una passeggiata in centro, signore appena uscite dal parrucchiere, signori rasati di fresco e con le scarpe lucide, rare giovani supplenti avvolte in cappotti che non facevano una piega. Quando i belli varcavano la soglia di una classe uno avrebbe detto che ne sarebbero usciti dopo qualche secondo dicendo “Scusate, ho sbagliato indirizzo”. E invece, di solito, anche loro entravano per restare. Da quando aveva individuato queste quattro categorie Serenella osservava i suoi colleghi per i corridoi alla ricerca della prova che confutasse la sua teoria. Ma sinora la sua classificazione aveva sempre funzionato. Quel giorno, uscendo dall’ufficio del preside, non incontrò belli, ma tre gravi, un numero spropositato di peripatetici (era l’ultima settimana dell’anno scolastico e diverse contrattazioni – voti, verbalizzazioni, commissioni d’esame – si svolgevano per i corridoi della scuola) e un solo sempiterno torello, il collega D’Antonio, proprio fuori dalla porta della Presidenza.
- Ciao Serenella, anche tu sei stata convocata per il C.C.C.I.I.A.?
- Sì, esco adesso – rispose e aggiunse uno sguardo a significare “ma non dovremmo far finta di niente visto che i risultati sono strettamente personali?”.
- Ah bene, non avrei voluto trovarmi qui da solo, insomma, non si sa mai con questi test, ci mancava solo l’indice di gradimento…
- Vedrai che chiamerà tutti.


